Guerra del Kosovo: nuove fonti USA. Appunti per una storia.

Prima parte.

 

Quali furono le cause della Guerra del Kosovo? Cosa spinse la NATO ad intervenire? Queste ed altre domande hanno assillato decine di politologi e storici. La letteratura accademica sul tema è assai vasta e non è questa la sede opportuna per sviscerala (è sufficiente effettuare una breve ricerca sugli appositi cataloghi online). Tuttavia, persiste una certa credenza che tende ad identificare i bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia nel 1999 come una qualche manovra “geopolitica” volta all’espansione dell’Alleanza atlantica a scapito della Russia, oppure per controllare eventuali oleodotti, gasdotti e vie di comunicazione verso l’Oriente.

La Biblioteca della Fondazione Clinton, su richiesta della BBC, ha recentemente rilasciato sul proprio sito un file contenente oltre 500 pagine di trascrizioni di decine telefonate tra Bill Clinton e Tony Blair, condotte tra il 1997 ed il 2000. Le conversazioni tra i due capi di Stato, in quanto tali, possono essere considerate un insieme di fonti valide per la Guerra del Kosovo, sebbene con alcune avvertenze. In primo luogo si tratta di una serie, probabilmente inconsistente, di telefonate avvenute tra Clinton e Blair; ciò implica che ve ne possano essere altre non accessibili. In secondo luogo, tali trascrizioni sono pesantemente censurate, soprattutto quando pare che i toni della telefonata si facciano potenzialmente più interessanti e ricchi di dettagli. In terzo luogo occorrerebbe confrontare le trascrizioni delle telefonate tra Clinton ed i capi di Stato della Francia, della Germania e della Russia (in particolar modo), nello stesso lasso temporale. Infine, sarebbe necessario verificare i documenti delle discussioni interne allo staff della Casa Bianca, tra Clinton ed i suoi collaboratori, e quelle tra loro e gli altri Dipartimenti (ministeri) americani, in particolar modo quello della Difesa e degli Esteri. Insomma, la “nuova fonte” in questione è lungi dall’offrire un quadro di completezza, anche perché è altrettanto necessario confrontare la suddetta mole di dati con la letteratura esistente, e valutare se, eventualmente, possa emergere una nuova interpretazione degli eventi storici, una nuova tesi insomma.

Le fonti rilasciate dalla Fondazione Clinton, in linea generale, vanno in qualche modo a confermare la tesi prevalente (ossia un intervento volto a bloccare l’ennesimo episodio di pulizia etnica in ex Jugoslavia negli anni ’90), oltre a fornire qualche interessante dettaglio. Ovviamente, le parti inerenti al Kosovo sono concentrate tra la fine del 1998 ed il 1999.

Ciò che emerge, in origine, è un Bill Clinton refrattario rispetto all’intervento armato, ne avrebbe fatto volentieri a meno. Nell’autunno 1998, il Presidente americano maturò la convinzione che una reale minaccia di ritorsione militare verso la Jugoslavia (governata da Slobodan Milosevic), convincesse quest’ultimo a desistere dall’utilizzo indiscriminato delle forze di sicurezza verso i civili in Kosovo. Di seguito si vedranno alcuni passaggi salienti di una telefonata avvenuta nell’estate del 1998.

Clinton_Blair

Il 6 agosto 1998 (pag. 171 e segg. del documento *.pdf – d’ora in poi verrà riportato solo il numero delle pagine citate), Clinton esprime le proprie preoccupazioni a Blair, perché reputa che le forze di sicurezza di Belgrado non si limitino ad eliminare i militanti dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (UCK in Albanese), bensì stiano conducendo una “campagna sistematica contro la popolazione civile”, con il rischio di una “grande catastrofe umanitaria”. Il Presidente americano era persuaso che Milosevic stesse agendo nella convinzione che una reazione della NATO fosse praticamente impossibile, perché avrebbe richiesto una risoluzione delle Nazioni Unite, e la Russia, in quanto membro del Consiglio di Sicurezza, non avrebbe avallato un simile piano. Clinton avrebbe quindi voluto elaborare un piano condiviso per rendere credibile la minaccia di ritorsioni da parte della NATO e indurre Milosevic a fare marcia indietro, imponendogli un ultimatum e “ristabilire l’autonomia del Kosovo”.

Clinton avrebbe voluto realizzare il proprio piano sotto l’egida delle Nazioni Unite, tuttavia era conscio che la Russia non l’avrebbe concesso e ne sarebbe sorto uno scontro diplomatico. Nel ragionamento politico del Presidente USA, coinvolgere la Russia di Boris Eltsin all’interno dell’ONU sarebbe stato un grave errore, perché avrebbe messo in imbarazzo ed ulteriormente indebolito l’ex rivale post-sovietico. Clinton nutriva un certo rispetto per Eltsin, sapeva che in quella fase il Presidente russo aveva problemi di salute, mentre l’economia del Paese era molto debole. Forzare la Russia a prendere una decisione sarebbe stato pericoloso perché se la Russia si fosse astenuta nel Consiglio di Sicurezza, avrebbe fortemente indebolito politicamente Eltsin a casa propria. D’altro canto, puntare su di un veto supportato da Primakov, avrebbe isolato la Russia dal resto della Comunità internazionale in un momento di grave necessità (172).

Clinton, prendendo spunto dalle minacce agli osservatori internazionali in Kosovo da parte delle forze di Belgrado, prese in considerazione l’idea di far incriminare Milosevic sotto il profilo della legalità internazionale, sfruttando i precedenti accumulati nel corso degli anni dal Presidente serbo, tra cui “la minaccia alla pace ed alla sicurezza internazionali” e le “atrocità umanitarie” compiute in Bosnia ed Erzegovina. Il Presidente USA non era sicuro però di poter convincere, sotto questo punto di vista, l’alleato Blair e, soprattutto, il Presidente francese Chirac ed il Cancelliere tedesco Kohl.

Clinton è convinto dunque che il male minore sia quello di violare la legalità internazionale, ossia agire senza una Risoluzione ONU, pur di non danneggiare Eltsin. Il Presidente americano ribadisce a Blair la sua genuina preoccupazione sui rischi di quanto potrebbe accadere se le forze di sicurezza di Belgrado non venissero bloccate. Parla di voci non confermate a proposito di fosse comuni con centinaia di corpi, e lamenta il fatto che l’UCK stia tentando di coinvolgere gli USA nel conflitto. Infatti, Clinton afferma che gli insorti albanesi stessero cercando di far sì che l’America divenisse la forza aerea dell’UCK per poter così ottenere l’indipendenza dalla Serbia (all’epoca parte della Repubblica federale di Jugoslavia). Egli aggiunge che non vuole che si ripeta un’esperienza analoga a quella che si era recentemente conclusa in Bosnia (nel 1995 con gli accordi di Dayton), e non desidera che un conflitto civile si ripercuota nuovamente su un’altra popolazione musulmana, ossia gli Albanesi del Kosovo (173).

Come si evince anche da una successiva telefonata con il premier britannico (27 agosto 1998), Clinton era seriamente preoccupato che la debolezza fisica e politica di Eltsin, potesse portare ad una involuzione in Russia: “se essi [i Russi] avranno un leader dittatoriale, sarà molto più difficile trattare con loro sul Kosovo […]” (190). Dunque, per l’America la futura scelta di agire al di fuori della legalità internazionale con la NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia – certamente uno dei punti più roventi all’interno delle critiche mosse all’epoca e successivamente agli USA, venne dettata da logiche di politica internazionale, ossia (in ultima istanza) evitare una nuova dittatura in Russia (peraltro Clinton temeva che quest’ultima stesse “diventando come l’Africa”, ossia pur ricevendo i prestiti dal Fondo Monetario Internazionale, c’era una costante fuga di capitali verso l’Europa), con conseguente instabilità regionale e globale. Inoltre trapela, da parte del Presidente americano, un certo disagio nonché determinazione nel voler evitare un conflitto civile (dopo l’esperienza bosniaca – Sarajevo, Srebrenica ecc.) in cui fosse un popolo di fede islamica ad essere vittima.

Nei prossimi episodi si vedrà come non ci fosse l’intenzione di liquidare fisicamente Milosevic (ritenuto un folle), quanto piuttosto si immaginava una sua eventuale fuga in Russia o Bielorussia (in effetti i suoi famigliari, dopo la caduta del regime, trovarono rifugio a Mosca), sebbene non escludesse affatto una sua permanenza al potere. Si vedrà dei timori di Clinton derivanti dall’esperienza drammatica in Somalia, dei timori di “talpe” nella NATO (nel fornire la lista degli obiettivi alla Serbia), della paura che i Russi fornissero armi ai Serbi, della gestione del flusso di profughi provenienti dal Kosovo (si reputava che 1.000 $ di spesa per profugo, se comparato alle spese in armi, non fosse molto), della forte attenzione rivolta verso i media (nel comunicare il conflitto in maniera “corretta”) e altro ancora. Per inciso, Clinton era turbato dal fatto che durante i bombardamenti i media italiani (e l’opinione pubblica) fossero troppo blandi nel sostenere l’operazione della NATO.

Fine del primo episodio.

Christian Costamagna

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Another unnecessary election in Serbia

Florian Bieber's Notes from Syldavia

VUCIC MIHAJOVIC STEFANOVIC GASIC MIROVIC One man show (source N1)

Serbia has held parliamentary elections in 1990, 1992, 1993, 1997, 2000, 2003, 2007, 2008, 2012, 2014 and will hold early elections in  2016. This is not to mention the elections of the parliament of the Federal Republic of Yugoslavia in 1992, 1992/3, 1996 and 2000.

A citizen who turned 18 in 1990 thus could vote 15 times for parliament in two and a half decades, not to mention the ten presidential elections since 1990. If the frequency of elections where a standard of the quality of democracy,  Serbia would be a great democracy–it is not. Of the 11 Serbian parliamentary elections in the 26 years since the introduction of a multiparty system, 7 were early elections. Some where held because the governing coalition broke apart (i.e. 2008), but most were the result of the ruling party trying to secure an advantage by calling early elections.None…

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Serbia: segnali di ingerenze straniere

 

La questione delle ingerenze delle grandi potenze nei Balcani è un tema ampiamente dibattuto nella storiografia. Dal XIX secolo in avanti, con l’indebolimento dell’Impero Ottomano, passando per le Guerre Balcaniche e le due Guerre Mondiali, sino ai conflitti degli anni ’90 del secolo scorso, l’influenza di forze esterne nell’area dell’Europa sud-orientale si può considerare una costante. Gli attori locali, ossia dei Balcani, in determinate circostanze, hanno (anche) avuto un ruolo attivo nel ricercare, a seconda degli interessi specifici contingenti e delle fazioni, il supporto strategico delle suddette potenze.

A partire dagli anni ’90, per via della debolezza della Russia in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica da un lato, e delle divisioni interne all’UE dall’altro, l’impressione superficiale che si potrebbe ricavare è che gli Stati Uniti siano da allora l’unica potenza con una reale capacità di condizionare le politiche ed i rapporti di forza nell’area. Ovviamente questa visione non rappresenta la realtà nelle sua interezza, dato che da allora, sia alcuni singoli Paesi europei, sia l’UE stessa nel suo insieme, soprattutto nell’ambito degli scambi economici, hanno assunto un’importanza rilevante.

In questo abbozzo molto generale, dovremmo aggiungere che, nonostante il basso profilo dovuto ad una economia in crisi ed alla propria instabilità politica, la Russia, sia durante la guerra in Bosnia (1992-1995), che durante la Guerra del Kosovo (1999), venne considerata dagli Americani come lo stato “garante” della Serbia nello spazio post-jugoslavo. Così, in virtù della riappropriazione della scena internazionale da parte della Russia negli ultimi anni, con un ruolo decisamente più assertivo (rispetto al recente passato), i Balcani sono divenuti oggetto di dispute e contese, in particolare la loro lealtà e l’eventuale futura affiliazione al blocco euro-atlantico.

Sebbene negli ultimi quindici anni circa la situazione sul terreno, nonché quella internazionale, sia mutata, e i leader politici della Serbia non smettano di ripetere il mantra del “cammino verso l’UE”, sotto il profilo militare Belgrado si sforza di mantenere una sorta di neutralità, mostrando un atteggiamento ondivago ed incerto in politica estera. Questo implica che la tipica retorica applicata ai Paesi dell’Europa Orientale sull’integrazione nelle istituzioni euro-atlantiche (ossia UE e NATO) in Serbia non ha trovato un terreno favorevole. Secondo un sondaggio IPSOS realizzato lo scorso mese (dicembre 2015), il 72% degli intervistati ha dichiarato di avere fiducia nella Russia, il 25% verso l’UE e solamente il 7% verso la NATO. Come rileva il sondaggio, una fetta consistente della popolazione in Serbia crede che con l’UE sia positivo fare affari (o magari viverci), però la Russia (nonostante solo il 5% delle esportazioni della Serbia sia diretto verso Mosca, contro il 60% diretto verso l’UE), dato che continua a giocare il ruolo di protettrice “simbolica” e garante di ultima istanza della Serbia (ad esempio, lo scorso anno, in sede ONU, la Russia ha ostacolato l’ingresso del Kosovo nell’UNESCO) gode di una notevole simpatia popolare. Ovviamente questi sentimenti favorevoli nei confronti di Mosca si riflettono sull’elettorato e conseguentemente nei partiti politici e all’interno degli stessi (nel partito di maggioranza guidato da Vucic, l’SNS, sono presenti varie “correnti”, ossia filo-UE, filo-russe e filo-atlantiche). Il ragionamento che sta a monte della simpatia di molti cittadini serbi verso la Russia può essere banalizzato in questo modo: “la Russia, a differenza dell’America/NATO, non ci ha bombardati e non ci ha tolto una parte del territorio nazionale (cioè il Kosovo)”.

Negli ultimi giorni, uno dei temi che ha sollevato uno strascico mediatico di proporzioni interessanti, è legato all’eventuale acquisizione da parte della Serbia di lanciarazzi russi, sebbene sia necessario ripercorrere, brevemente, quali dinamiche abbiano condotto a questa situazione.

Da alcuni mesi, i due “garanti” esterni (regionali) della pace in Bosnia ed Erzegovina, ossia la Croazia e la Serbia, stanno rilanciando (con forte impatto nei media locali) una corsa alla modernizzazione ed al riarmo dei rispettivi eserciti. Se si considera che la Croazia è membro dell’UE e della NATO, e se dovessimo valutare come genuine le dichiarazioni delle autorità politiche della Serbia a proposito del loro cammino verso l’adesione all’UE, risulta quantomeno incongrua l’esibizione di simili retoriche guerresche.

La Croazia dovrebbe ottenere dei lanciamissili dagli USA a titolo gratuito (sebbene i razzi dovranno poi essere acquistati), con un raggio d’azione di circa 300 km, mutando potenzialmente il rapporto di forze sul campo, sotto il profilo strategico, nell’area dei Balcani Occidentali. La Serbia, dal canto proprio, non intende esser da meno, così sono in corso da tempo delle trattative per l’acquisto di lanciarazzi dalla Russia. La pubblicazione di vari articoli bellicosi sulle prime pagine dei giornali, in cui si rivendica la maggiore capacità di fuoco dei rispettivi eserciti e delle nuove armi in fase di acquisto/produzione (come nel caso dei nuovi obici semoventi), non difetta. Lo scambio di accuse e sospetti su chi sia il reale obiettivo dei razzi, tra i Ministri degli Esteri dei due Paesi che nell’ultimo ventennio hanno garantito la pace in Bosnia, ha assunto toni vagamente surreali. Il Ministro degli Esteri della Serbia, Ivica Dacic, ha pubblicamente dichiarato che con ogni probabilità il reale obiettivo dei missili croati non può che essere il suo Paese (o la Bosnia ed Erzegovina).

Una possibile spiegazione di tali atteggiamenti così poco consoni a membri/eventuali membri dell’UE è da ricercarsi, sotto il profilo interno, all’adozione, da parte della politica a Zagabria e a Belgrado, di una retorica nazionalista e demagogica perché i loro governi paiono non in grado di trovare soluzioni alle rispettive crisi economiche e sociali (oltre al clima da campagna elettorale semi-permanente – appena conclusasi in Croazia, e attualmente in corso in Serbia). In effetti la polemica in corso potrebbe rivelarsi una farsa, una bolla di sapone pronta ad esplodere.

Su questo sfondo, il vice-premier russo Dmitry Rogozin ha incontrato a Belgrado nei giorni scorsi (11 e 12 gennaio) le massime cariche dello Stato, prendendo parte ad una commissione intergovernativa congiunta sulle relazioni commerciali, economiche, tecniche e scientifiche. Sebbene non sia stato reso noto il contenuto specifico di quanto discusso, al termine del colloquio con Aleksandar Vucic, Rogozin ha donato al premier serbo un modellino del lanciarazzi russo S-300. Secondo Rogozin, nei Balcani “non c’è bisogno di una militarizzazione”, “non gli piace la militarizzazione della Croazia”, ed il suo Paese è disposto ad aiutare la Serbia nell’affrontare le spese dell’eventuale acquisto delle costose armi. Il vice-premier russo ha mostrato scetticismo a proposito della capacità della NATO di poter apportare maggiore sicurezza e pace nella regione, asserendo che la NATO è un relitto della Guerra fredda. Rogozin afferma peraltro che la Russia vede con preoccupazione l’espansione della NATO nei Balcani (un processo “pericoloso e provocatorio”), reputando l’eventuale adesione del Montenegro “inaccettabile”, così come quella della Macedonia.

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Inoltre Rogozin ha sottolineato che se la Serbia avesse avuto un simile sistema di difesa già nel 1999, “non ci sarebbero stati edifici in macerie a Belgrado e nelle altre città” del Paese. Vucic afferma, dal canto suo, che la Serbia è pronta a rinunciare all’acquisto degli S-300, a patto però che anche Zagabria sia disposta a interrompere il proprio riarmo, sottolineando che sarebbe meglio spendere il denaro destinato alle armi ad altre voci del budget nazionale. Infine, Rogozin si è lanciato in illazioni sul futuro di Belgrado, sostenendo che qualora il Paese dovesse aderire all’UE, i recenti fatti di Colonia potrebbero ripetersi anche in Serbia.  Dallo stesso partito del premier Vucic, non sono mancate le critiche, tant’è vero che Zorana Mihajlovic, vice-premier nonché vicepresidente dell’SNS, ha replicato affermando che Rogozin dovrebbe badare al proprio Paese. In una delle esternazioni del politico russo, non è di certo passato inosservato il fatto che egli abbia utilizzato il termine “alleato” per riferirsi alla Serbia. Infatti, la Serbia, oltre a promuovere una politica di neutralità, non fa parte formalmente di alcuna alleanza militare con la Russia (la Serbia gode dello status di “osservatore” nell’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva, oltre ad aver sottoscritto la Partnership for Peace con la NATO e, successivamente, l’Individual Partnership Action Plan).

Durante il soggiorno a Belgrado, in occasione della visita di Rogozin, è stato inoltre firmato un accordo per la creazione di un centro di riparazione di elicotteri militari di produzione russa e sovietica, che potrebbe essere utilizzato anche da altri Paesi europei, Balcani inclusi, che hanno in dotazione simili velivoli. Rogozin, in un’intervista rilasciata a Sputnik, afferma che il nuovo centro potrà essere utilizzato anche per i mezzi civili, e sarà un investimento economico vantaggioso per entrambi i partner. Nel tentativo di sdrammatizzare il fatto che la Serbia stia rafforzando i legami con la Russia nel settore dell’industria bellica, il vice-premier russo ha rammentato che anche gli Stati Uniti acquistano i loro elicotteri perché particolarmente adatti per le missioni in Afghanistan.

Immancabili ovviamente le reazioni. Tomislav Karamarko, leader dell’HDZ croato (conservatori) e futuro membro del governo di Zagabria, ha gettato acqua sul fuoco, richiamando l’attenzione a coltivare buone relazioni tra vicini e la collaborazione economica. In Serbia, la fazione atlantista ha criticato le esternazioni di Rogozin e Vucic, mettendone in evidenza le contraddizioni a proposito degli impegni derivanti dagli Accordi di Dayton in materia di controllo degli armamenti nella regione, oltre alle linee di politica da adottare (da parte di Belgrado) in armonia con i Paesi della UE. La destra ultra-nazionalista, come ad esempio il movimento Dveri, ha domandato le dimissioni di Zorana Mihajlovic per via della replica a Rogozin, affermando che sarebbe meglio evitare simili atteggiamenti scarsamente diplomatici proprio in un momento in cui la Serbia necessita delle armi russe, liquidando la vice-premier serba come “un agente straniero in Serbia”.

Nel frattempo, l’ombra di influenze provenienti dalle grandi potenze si allunga anche sul vicino Montenegro. Da mesi sono in corso delle proteste contro il governo da parte dell’opposizione (spesso caratterizzata come filo-russa), che hanno assunto una venatura fortemente contraria all’adesione del Paese adriatico alla NATO. Tuttavia, l’opposizione ha dalla propria un non indifferente vantaggio, perché il primo ministro Milo Djukanovic, che ha ricoperto vari ruoli di potere sostanzialmente dal gennaio 1989, è accusato di corruzione e di aver creato un sistema clientelare legato con la malavita. Djukanovic, che si trovò alla fine degli anni ’80 dalla parte della Rivoluzione antiburocratica guidata da Slobodan Milosevic, assieme al suo amico Momir Bulatovic, verso la fine degli anni ’90 circa, decise di scaricare Belgrado e di cercare il sostegno nell’Occidente. Non a caso, nell’estate del 2000, circolavano speculazioni su di un possibile intervento delle forze di sicurezza per estromettere il regime di Podgorica da parte della Serbia.

Le pesanti accuse che pendono sul capo di Djukanovic, suggellate peraltro da una autorevole ONG, che lo ha recentemente indicato come “uomo dell’anno [2015] nel crimine organizzato”, fanno di lui, con ogni probabilità, uno scomodo alleato per i governi dei Paesi della NATO (essendo Djukanovic apertamente favorevole all’ingresso nell’Alleanza atlantica). Curiosamente (sebbene occorra considerare il contesto attuale, ossia il termine del secondo e ultimo mandato presidenziale di Barack Obama), lo scorso 12 gennaio (alle 12:52) la pagina Facebook dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Podgorica ha pubblicato un post sibillino, recante, in inglese e montenegrino, le seguenti frasi: “Il concetto di presidente a vita piace ad alcune persone. Ma per la maggior parte di noi, un numero limitato di mandati rappresenta un buon metodo per controllare le persone al potere.” (il testo è di Stephen Kaufman, e rimanda ad un articolo su di un sito del governo americano). Non è possibile determinare se Washington stia lanciando dei segnali a Djukanovic, spingendolo ad abbandonare la scena politica perché da troppo tempo al potere – circa un quarto di secolo, però le accuse che da anni gli sono rivolte, danneggiano e intaccano profondamente la credibilità del principale sostenitore dell’adesione di Podgorica alla NATO (e, di riflesso, l’integrità dei governi dei Paesi dell’Alleanza). Al di là delle possibili speculazioni è comunque un fatto evidente che in Montenegro siano sorte delle tensioni riconducibili sia agli attori politici locali, sia alle tensioni tra Washington e Mosca.

Non è un caso dunque che Ben Rhodes (vice consigliere per la sicurezza nazionale degli USA) abbia rilasciato una dichiarazione in cui sostiene che “non sia nell’interesse della regione [dei Balcani] rimanere intrappolati in una qualche Guerra fredda tra gli USA e la Russia.” Rhodes afferma che  “gli Stati Uniti seguono la situazione nei Balcani con grande interesse, in particolare la situazione in Bosnia ed Erzegovina ed in Kosovo, soprattutto per le questioni legate alla sicurezza, ossia terrorismo e migrazioni”. Un altro funzionario USA, l’ambasciatore americano a Belgrado Michael Kirby (il cui mandato terminerà a fine mese), dal canto suo, tenta di smorzare i toni, affermando che la Serbia non necessita delle armi in questione, anzi, il denaro necessario per l’acquisto dovrebbe essere speso diversamente – sebbene aggiunga che ovviamente Belgrado è libera di comprare ciò che desidera. Egli reputa che l’attuale “crisi” tra la Croazia e la Serbia non sia in fondo così grave.

In conclusione, si potrebbe affermare che dal punto di vista politico, l’ambiguità della Serbia e della sua classe politica al governo, è da ricondursi alla ragguardevole simpatia che una fetta significativa dell’opinione pubblica serba nutre verso la Russia. A livello contingente, la campagna elettorale in corso amplifica la necessità di massimizzare il consenso nazional-popolare da parte dei partiti al governo. Tuttavia i dati relativi alle esportazioni della Serbia e degli investimenti diretti nel Paese, sono piuttosto laconici: l’UE rappresenta un partner economico strategico e fondamentale, nonostante i tentativi di attrarre capitali da alcuni Paesi arabi. Quanto a lungo potrà durare la divergenza della politica estera di Belgrado, rispetto a quella dell’UE? (si veda ad esempio il diniego della Serbia ad applicare il regime delle sanzioni alla Russia).

Dal punto di vista strategico internazionale, è evidente che la rivalità tra l’America e la Russia si ripercuota anche nei Balcani, ed in particolare in Serbia e Montenegro (oltre alla Bosnia ed Erzegovina ed alla Macedonia). L’esuberanza di Mosca, attraverso i propri emissari in visita a Belgrado e nelle sedi internazionali, nel dichiarare il proprio sostegno alla Serbia, nel corso degli ultimi anni, ha assunto una nuova dimensione. La penetrazione della propaganda russa, nella sua battaglia per conquistare i cuori e le menti dei Serbi, è sistematica e piuttosto incisiva. Non è chiaro se la Russia intenda, con il suo atteggiamento antagonista, in prospettiva, destabilizzare i Balcani per intralciare i propri rivali. Occorre però rilevare che se si dovesse realizzare nella pratica quanto implicitamente lasciato intendere da Mosca – ad esempio il controllo effettivo del Kosovo da parte di Belgrado – sarebbe sostanzialmente inevitabile un nuovo conflitto analogo o peggiore a quello del 1998-1999, con possibili gravi ricadute nella regione. La popolazione della Serbia sarebbe realmente interessata a sostenere il peso di simili azioni? La Russia, già sanzionata per via della crisi Ucraina, si lancerebbe in una simile avventura al fianco della Serbia?

Nel contempo, al di là dell’Oceano atlantico, Washington, consapevole ovviamente della gravità della situazione, pare costretta a muoversi con prudenza, cercando di difendere e consolidare la propria posizione di influenza e di portare avanti, più in sordina rispetto ai Russi, la propria agenda strategica (integrazione euro-atlantica di tutti i Paesi dei Balcani occidentali). Tuttavia è realmente un bene, per la NATO, spingere Paesi come il Montenegro o la Serbia a farne parte? I sondaggi d’opinione condotti in Serbia parlano chiaro, il consenso verso l’Alleanza militare guidata dagli USA è estremamente basso. Una forzatura da parte del vertice politico, come sta avvenendo in Montenegro, significherebbe, oltre a creare instabilità, mettere a disposizione di ufficiali militari locali informazioni sensibili, che potrebbero, per via delle loro simpatie filo-russe, trasmettere clandestinamente ai rivali moscoviti (come ai tempi della caccia titina ai cominformisti).

Al netto di queste considerazioni, tenendo a mente l’evoluzione delle relazioni nella sfera post-jugoslava (non da ultimo il procedere, per quanto lento, verso l’UE della Serbia stessa, il dialogo con il Kosovo mediato da Bruxelles, la mediazione dell’UE in Macedonia per risolvere la crisi politica, il rilancio del processo di adesione in Bosnia ed Erzegovina ecc.), e senza scordare il recente passato (le guerre negli anni ’90), risulta complesso interpretare il rumore mediatico e le boutade dei politici a proposito dell’ammodernamento degli eserciti della Croazia e della Serbia. Nonostante il clamore, resta il fatto che questi due Paesi, che dovrebbero garantire la pace in Bosnia, parlino di missili balistici e corsa agli armamenti come se ci si stesse preparando per un nuovo conflitto. La situazione politica interna in Montenegro (ed in Macedonia) resta tesa e incerta. In Bosnia il presidente della Repubblica serba di Bosnia mette costantemente in discussione la sovranità e l’integrità territoriale della Bosnia ed Erzegovina in quanto Stato. Nella regione, inoltre, le condizioni socio-economiche rimangono difficili per buona parte della popolazione, generando un flusso migratorio verso l’estero alla ricerca di fortuna. Inoltre, circa settecentomila rifugiati e migranti, durante lo scorso anno, sono transitati attraverso i Balcani Occidentali. Supponendo che nei prossimi mesi il flusso non cesserà perché la via dei Balcani è attualmente quella più sicura, non si possono escludere delle tensioni interne e delle ricadute sui rapporti di vicinato. Non da ultimo, nel più ampio contesto della “lotta al terrorismo” (ISIS e affini), i Balcani vengono rappresentati – soprattutto nei media generalisti italiani (in particolare nelle ultime settimane), come un terreno potenzialmente fertile per il reclutamento di volontari disposti a combattere per il Califfato, sebbene siano i Balcani stessi ad essere periodicamente minacciati dai terroristi.

È prematuro trarre delle conclusioni affrettate, perché è possibile che un eventuale miglioramento dei rapporti tra USA e Russia (magari in seguito alle elezioni presidenziali in America e delle elezioni parlamentari in Russia, previste entrambe verso la fine dell’anno in corso – oppure per una soluzione concordata della crisi in Siria), vada a sgonfiare la bolla delle strumentalizzazioni nei Balcani.

Christian Costamagna

 

 

 

 

 

Con ventiquattromila baci

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Mercoledì 13 gennaio alle ore 20.30 si terrà la presentazione del libro “Con ventiquattromila baci. L’influenza della cultura di massa italiana in Jugoslavia (1955-1965)” (Bononia University Press, 2015).

La sistemazione provvisoria della questione confinaria, avvenuta con il Memorandum di Londra del 1954, fu la premessa per una fioritura di rapporti culturali tra Italia e Jugoslavia, due paesi caratterizzati da diversi sistemi politici e fino ad allora divisi da un aspro scontro territoriale. In particolare l’influenza della cultura di massa italiana nel paese confinante rappresentò un filtro che permise il trasferimento di fenomeni culturali di matrice occidentale, già addomesticati in un contesto che li rendeva meno controversi e più accettabili agli occhi delle autorità jugoslave. I crescenti contatti, resi possibili in particolare dall’apertura di quello che era stato uno dei confini più caldi del dopoguerra, contribuirono in modo determinante alla formazione di una cultura di massa jugoslava, in particolare in un…

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5 ottobre 2000: note a margine

Matteo Tacconi, saggista e giornalista esperto di Europa Orientale, ha pubblicamente espresso, su di un noto social network, una considerazione molto interessante in merito alla “rivoluzione” verificatasi a Belgrado il 5 ottobre del 2000.

Tale episodio storico è divenuto importante anche per le sue implicazioni “teleologiche”, in quanto interpretato da alcuni come la prima di una serie di rivoluzioni colorate (supportate dagli USA) che negli ultimi tre lustri hanno coinvolto vari Paesi, giungendo, secondo questa narrazione, a quanto accaduto in Ucraina e durante la Primavera araba.

Tacconi, nel suo intervento, rammenta ai lettori che il 5 ottobre 2000, a Belgrado, nelle proteste contro Milosevic, parteciparono centinaia di miglia di persone, e sostiene che “il liquidare questa e altre insurrezioni popolari, per esempio quelle ucraine, come le rivoluzioni pagate dagli americani, significa fare un torto enorme a queste persone che, almeno, ci hanno creduto.” Il saggista infine sottolinea che tale semplificazione interpretativa, che riconduce tali eventi storici solamente alle azioni degli Stati Uniti, è trasversale sia alla destra che alla sinistra.

In effetti sarebbe troppo sbrigativo liquidare l’insurrezione del 5 ottobre 2000 a Belgrado esclusivamente come una rivoluzione sponsorizzata dagli Americani. Semplificazione che viene di norma adottata dalle ali estreme della destra e della sinistra, italiane e non. Come Tacconi stesso ha scritto, significa fare un torto a coloro che hanno messo a repentaglio la loro incolumità perché in quella protesta hanno effettivamente creduto.

Sarebbe interessante comprendere, a questo punto, per quale ragione, certe persone liquidino quella insurrezione come una banale ingerenza americana.

ottobre-2000

Innanzitutto occorre fare un passo indietro, e ricordare un evento storico. Il consolidamento al potere di Milosevic avviene tra il 1987 ed il 1989, durante la cosiddetta “Rivoluzione antiburocratica.” Si trattava di una serie di moti di piazza che convogliavano un genuino malessere della popolazione serba nei confronti del sistema politico (a causa della grave crisi economica e delle discriminazioni dei Serbi e Montenegrini in Kosovo, ma non solo).

Per quanto la frustrazione popolare fosse genuina, Milosevic ed i suoi alleati seppero sfruttare la mobilitazione per rafforzare la propria fazione, rimuovendo gli avversari tramite i suddetti moti di piazza. Uno dei momenti più simbolici avvenne con la Rivoluzione dello jogurt a Novi Sad, il 5 ottobre del 1988. Ora, al di là della ricorrenza delle date, Milosevic consolidò il suo potere tramite la violazione delle norme vigenti nell’allora Jugoslavia e tramite il fenomeno del populismo e del ricatto verso gli avversari. Egli sovvertì le strutture di potere in Serbia. All’epoca venne accusato di metodi mussoliniani, sebbene la politica di accentramento che stava perseguendo in Serbia non dispiaceva negli ambienti finanziari occidentali, perché la Jugoslavia era stretta dalla morsa del FMI (negli anni ’80 dichiarò di fatto il default), e la frammentazione istituzionale rendeva complessa la razionalizzazione delle spese e la restituzione del debito estero.

Sempre in quella fase, anche sotto il profilo politico, le simpatie americane verso Belgrado non mancavano, basti pensare ai vari Eagleburger, Scowcroft ecc. Ovviamente questo non vuol dire che Milosevic si consolidò al potere grazie agli americani (d’altro canto l’America appoggiò per decenni la Jugoslavia e Tito in funzione anti-sovietica). Peraltro con l’allora nuovo (e ultimo) ambasciatore USA in Jugoslavia, W. Zimmermann, i rapporti si freddarono rapidamente, tant’è vero che Milosevic non lo volle ricevere e il diplomatico per protesta non si recò al discorso di Kosovo Polje il 28 giugno 1989. Il pomo della discordia verteva attorno ai diritti umani degli Albanesi del Kosovo.

Il Milosevic degli anni ’90 è il politico che non ha esitato a supportare gli insorti di Knin in Croazia (per poi abbandonarli), i serbi di Pale, insomma, egli fu il capo di stato che non ha esitato a scendere in guerra per proseguire i propri fini politici. Ovviamente non è certo l’unico.

Durante gli anni ’90, in Serbia, l’opposizione era debole (si veda il bel libro di Thomas, The Politics of Serbia in the 1990s, ed. or. 1999) e, spesso, sorpassava in quanto a nazionalismo lo stesso regime di Milosevic. Le proteste contro di lui già iniziarono il 9 marzo 1991 (represse), e tornarono alla ribalta della scena nell’inverno 1996/97 (con gli studenti). Allora, a parte qualche frase di circostanza, l’Occidente fece ben poco per supportarli, occorreva salvare gli accordi di Dayton, “Sloba” era il garante della pace. Solo dopo la guerra del Kosovo, nel 1999, il supporto materiale dell’America e di alcuni Paesi europei divenne sostanziale e visibile. Il fatto che Otpor e l’opposizione a Milosevic abbiano ricevuto finanziamenti, addestramento e apparati tecnologici (direttamente o indirettamente), dall’Occidente è ormai assodato (lo scorso anno è stato pubblicato un libro che tocca il tema, si veda Spoerri, Engineering Revolution: the Paradox of Democracy Promotion in Serbia, 2015). Altrettanto assodato è il fatto che varie ONG e non, supportarono il proselitismo anti-regime/Milosevic e la mobilitazione contro di esso/egli. Così Milosevic nel 2000 emendò in maniera impropria la Costituzione della SRJ (attirandosi le ire del Montenegro) e indisse elezioni anticipate, sperando, ancora una volta, di battere l’opposizione sui tempi, e giocando sulle loro divisioni interne.

Mentre da un lato l’America e l’Europa sostenevano l’opposizione, dall’altro il regime elevò sanzioni salate ai media indipendenti (da Belgrado perlomeno). Per il regime, nell’ennesima mossa di omogeneizzazione nazionale, tutti gli avversari politici erano delle “quinte colonne”, delle marionette in mano all’Occidente. “Sloba” lo disse chiaramente nel suo ultimo discorso prima del ballottaggio (2/10/2000). In quella fase finale, l’ideologia di Milosevic si era ormai orientata verso una variante dell’anti-imperialismo anti-americano. Fu proprio sul finire del millennio, tra il 1999 ed il 2000, che le frange estreme della sinistra e della destra, inclusi i leghisti in Italia, videro in Milosevic e nel suo regime una qualche dimensione eroica di lotta contro le oligarchie capitaliste, rappresentate dall’America, da G. Soros ecc. Questo modello è valido ancora oggi, basti pensare alla questione Ucraina (o Siriana), dove i fan di Milosevic sono divenuti fan di Putin.

Ciò che avvenne dopo il 5 ottobre 2000 è storia nota. Era evidente fin dall’inizio che supportare V. Kostunica come candidato anti-Milosevic non avrebbe semplificato molto le relazioni all’interno della regione, essendo il costituzionalista serbo un noto nazionalista che non si è mai compromesso con il regime socialista. Le delusioni inoltre non si fecero attendere anche per coloro che si mobilitarono all’interno di Otpor (si veda Greenberg, After the Revolution Youth, Democracy, and the Politics of Disappointment in Serbia, 2014). Con il trascorrere del tempo, in Serbia ci si è sempre più domandati se ne sia valsa la pena di fare quella rivoluzione. I vari esponenti del partito qualunquista, del “quando c’era lui”, sono un gruppo ben nutrito e vivace.

Ci sono stati anche tentativi di delegittimazione, sostenendo che in mezzo alle ruspe, a sfondare i vetri del Parlamento, quel 5 ottobre, ci fossero anche i membri di tifoserie violente, come Ivan “il terribile” Bogdanov, noto per i fatti di Genova. Infine, oltre ai manifestanti delusi ed amareggiati per l’esito infelice (si pensi all’assassinio di Djindjic nel 2003, piuttosto che al basso tenore di vita di milioni di cittadini, alle privatizzazioni di dubbia natura ecc.), occorre tenere a mente un fattore forse ancora più strategico rispetto all’aiuto americano ed ai manifestanti nelle piazze, ossia al mancato supporto delle elites della Serbia a Milosevic, ormai frustrate da un decennio di sanzioni e guerre.

Milosevic il 5 ottobre 2000 è stato scaricato dai suoi ormai ex alleati, che ancora oggi rivestono incarichi importanti nello Stato, nell’amministrazione, nell’esercito ecc. I carri armati, a differenza del 9 marzo 1991, il 5 ottobre 2000 non marciarono contro i manifestanti. Avrebbero potuto farlo, ma non lo fecero. I vari personaggi incriminati dal Tribunale dell’Aja vennero utilizzati come merce di scambio per ottenere il consenso e i pacchetti di aiuto Occidentali, cercando di non perdere troppo la faccia con parte dell’elettorato locale che li considera(va) degli eroi. Tutto ciò è di pubblico dominio da anni, tuttavia non ha impedito e non impedisce a certe persone di credere che quanto accaduto il 5 ottobre 2000 a Belgrado sia stato solamente un colpo di stato pilotato dall’esterno. In realtà, sino a prova contraria ovviamente, fu l’abbandono al proprio destino di un politico ormai diventato troppo ingombrante da parte di coloro che lo hanno supportato e hanno beneficiato delle sue prebende e favori, oligarchi finanziari locali inclusi ovviamente.

Forse, la scarsa considerazione di coloro che hanno protestato contro il regime di Milosevic, a dispetto del loro numero e del loro impegno politico, da parte delle “frange estreme” della destra e della sinistra, non è tanto dettata da una valutazione delle condizioni politiche della Serbia e dei suoi cittadini, quanto piuttosto pare maggiormente un riflesso mentale che associa istintivamente gli interventi militari promossi dall’America/Occidente a qualcosa di irrimediabilmente negativo. Eppure, anche il compagno Tito ed il suo regime socialista “eretico” furono ampiamente supportati dagli Americani; perché le frange estreme della sinistra non reputano Tito una marionetta dell’America, come piuttosto coerentemente fecero i sovietici nel 1948 (e negli anni immediatamente successivi)?

Inoltre, per quanto riguarda la narrazione della destra estrema, è difficile riscontrare, al di fuori della Serbia stessa, delle critiche dirette a Milosevic per aver abbandonato i Serbi di Krajina (Croazia) nel 1995, e, fattualmente, ceduto il tanto conteso Kosovo nel 1999. Un vero nazionalista non potrebbe concedere sconti di questo genere.

A prima vista, tenendo a mente la mappa mentale delle persone che adottano tale processo di svalutazione degli attori locali (l’opposizione interna a Milosevic nell’ottobre 2000) e di sopravvalutazione del ruolo degli attori esterni (USA, Europa), si potrebbe riscontrare una voglia di riscatto e volontà di protesta nazional-popolare, delle fasce sociali più deboli insomma (o – meglio – dei loro tribuni), contro l’ingerenza e la prepotenza delle oligarchie finanziarie, delle elites “plutocratiche”. Da lì, il passaggio alle teorie del complotto, è assai breve. Salvo dimenticare che Milosevic, nel 2000, fu scaricato pure dallo stesso Putin. Ma allora, forse, gli Zar erano più ingenui.

Christian Costamagna

L’ISIS minaccia i Balcani

 

Recentemente sono apparsi su alcuni quotidiani italiani una serie di articoli a proposito del pericolo jihadista nei Balcani. Sebbene con sfumature differenti, il messaggio di fondo, complessivamente, si potrebbe così riassumere: i Balcani, a causa dei terroristi, costituiscono una minaccia anche per l’Italia. Questa interpretazione, nonché la forma degli articoli a sostegno di tale tesi, sono state messe in discussione (per una rassegna critica si veda qui) da altri giornalisti. Le accuse principali sono legate all’esagerazione del pericolo effettivo per l’Italia (derivante dalla presenza di cellule radicali oltre Adriatico) e all’utilizzo di stereotipi sui Balcani.

Tuttavia, i media dell’ex Jugoslavia, in queste ore, stanno diffondendo la notizia di un nuovo video dell’ISIS che minaccia direttamente i Balcani. Il video in questione, della durata di circa venti minuti, si intitola “L’onore è nella guerra santa”, ed è stato realizzato dal canale televisivo “Al Hayat” (all’inizio del video compare il logo della stazione TV con il sottotitolo in inglese “Alhayat Media Center”) e riportato dal sito “Vijesti ummeta”, noto per diffondere la propaganda dell’ISIS nell’area dell’ex Jugoslavia.

Il video inizia con una ricostruzione della storia dei Balcani (definendoli come terra di secolari combattimenti), con voce narrante in inglese e sottotitoli in bosniaco/croato/serbo (in seguito, nel testo, verrà adottato, per semplicità solo il termine “bosniaco”), e si promette il secondo ritorno dell’Islam in Europa attraverso questa terra (il primo ovviamente è legato alla penetrazione dell’Impero Ottomano) di frontiera. Dopodiché si menzionano i combattenti che realizzeranno questo obiettivo, citando anche i “fratelli” provenienti dai Balcani. Inizia così una serie di dichiarazioni dei “fratelli provenienti dai Balcani”, con gli ormai noti monologhi recitati in primo piano e con l’obiettivo che si allarga successivamente sui guerriglieri attorno al soggetto narrante. Sono visibili alla sua destra dei bambini in tenera età. Il primo a parlare è un certo “Abu Jihad al-Bosni”, che si esprime in bosniaco, sottotitolato in inglese. Definisce il gruppo come “gli schiavi di Allah” (apparentemente con valenza positiva). Con le buone o con le cattive, egli dichiara, con riferimento al Corano, che i Balcani usciranno dalle tenebre per rientrare nella luce.

Nel video torna così la voce narrante in lingua inglese, che riprende l’interpretazione storica, secondo la propaganda dell’ISIS, della storia balcanica. Le tenebre sarebbero dunque tornate quando i Balcani, da testa di ponte per attacchi verso l’Europa cristiana, divennero un fronte meramente difensivo. Il riferimento è all’indebolimento, nel XIX secolo, dell’Impero Ottomano nei suoi possedimenti europei. Poco prima della Prima Guerra Mondiale (il riferimento è alle Guerre Balcaniche del 1912-1913), continua il video, il mondo islamico venne scosso dagli attacchi e dalle pretese dei cristiani di creare degli stati nazionali e la coscienza nazionale (nelle “terre musulmane”). Sullo sfondo (03:14) si vede un’immagine sfocata di Aleksandar Karadjordjevic. Viene poi citato il sistema comunista (introdotto in Jugoslavia e Albania dopo la Seconda Guerra Mondiale) colpevole di aver introdotto l’ateismo.

In tale ricostruzione propagandistica si mette in evidenza che le terre islamiche dei Balcani (ossia quelle che appartennero all’Impero Ottomano), divennero parte di Stati retti da regimi comunisti nel Secondo dopoguerra. Vengono così citati l’Albania, che divenne uno stato indipendente (così nella ricostruzione riportata nel video) ed il Kosovo, la Macedonia, e la Bosnia ed Erzegovina, divenuti parte della Jugoslavia socialista. Da allora, si afferma, è iniziata un’era di umiliazione per i musulmani che si protrae sino ad oggi; solo la “guerra santa” potrà invertire questa rotta. Il secondo combattente a parlare davanti alla telecamera è “Salahuddin Al-Bosni” (anch’egli, come del resto il precedente jihadista, già apparso nel precedente video distribuito la scorsa estate). Egli invita i suoi compaesani a smetterla di lamentarsi e di “fare l’Egira”, di “migrare nella terra dell’Islam”, di essere pronti a combattere. Non solo, il terrorista invita apertamente i propri connazionali a fare attentati nei Balcani, facendo esplodere delle bombe, auto, case, accoltellando, avvelenando il cibo e l’acqua, e facendo morire nella sofferenza i propri nemici (con riferimento territoriale alla Bosnia, alla Serbia e al Sangiaccato, quest’ultima area suddivisa attualmente tra Montenegro e Serbia, caratterizzata da popolazione slava di fede e cultura islamiche, facente parte dell’Impero Ottomano sino al 1912).

Il video prosegue con un’alternanza di proclami enfatici da parte di altri terroristi, in lingua albanese e in lingua bosniaca. Nelle dichiarazioni viene esaltata l’unità degli islamici, per poter così sconfiggere i crociati. Nella seconda metà del video si fa un ulteriore cenno di carattere storico all’Albania comunista che, colpevolmente, divenne il primo Stato ateo. Si accenna dunque al crollo del comunismo ed alla dissoluzione della Jugoslavia nel 1991. Secondo l’interpretazione dei propagandisti dell’ISIS, i bosniaci all’epoca commisero un errore, perché scelsero, anziché il ritorno all’Islam, l’indipendenza all’interno di uno stato secolare (la Bosnia ed Erzegovina, riconosciuta dall’ONU nel 1992).

Sullo sfondo, tra le altre, compare l’immagine di Alija Izetbegovic, primo presidente della Bosnia dopo l’indipendenza, colpevole di questa sorta di tradimento. La guerra di Bosnia, 1992-1995, viene dipinta come una battaglia contro i crociati (fugacemente compaiono le immagini – e vengono esplicitamente citati), tra cui Ratko Mladic e Radovan Karadzic, rispettivamente leader militare e politico della Repubblica serba di Bosnia durante il confitto. In sostanza, prosegue la ricostruzione storica dei militanti del Califfato, molti bosniaci negli anni ’90 (del secolo scorso) vennero “uccisi come pecore” a causa non solo dei crociati, ma anche perché l’Europa e l’ONU, a causa dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite, si trovarono in mezzo al conflitto sprovvisti di armi. Il genocidio di Srebrenica e le stragi di Gorazde e Mostar, continua la narrazione, si ripeteranno se non ritorna l’Islam (in pratica, il Califfato nei Balcani). Oltre a varie esortazioni ad abbracciare la vera fede e il jihad, viene criticato ampiamente il governo di Sarajevo, colpevole, a detta loro, di preparare la popolazione musulmana di Bosnia al “prossimo macello”, perché si verificheranno altri genocidi.

Nelle foto sullo schermo si può chiaramente distinguere un manifesto elettorale con il volto di Bakir Izetbegovic, attuale membro della presidenza della Bosnia ed Erzegovina, leader del Partito d’Azione Democratica, nonché figlio dello scomparso presidente Alija Izetbegovic. Tra le accuse mosse al governo di Sarajevo campeggia quella di aver abbandonato al loro destino i jihadisti arabi che accorsero come volontari a sostegno dei Musulmani di Bosnia durante il conflitto degli anni ’90. Il video sostiene che questi “coraggiosi volontari” siano stati “venduti”, mettendoli in prigione, senza diritti, senza che nessuno (i politici sarajevesi) protestasse. Così si incita il popolo bosniaco a sollevarsi contro il loro governo, e si ribadisce che il sacrificio degli anni ’90 verrebbe sprecato senza un ritorno all’Islam (ovviamente nella variante adottata dall’ISIS).

Seguono ulteriori appelli ai “fratelli” in Kosovo, Macedonia e Albania. Il video si avvia alla chiusura riprendendo stralci di quello prodotto la scorsa estate, e si ricollega al tema più ampio delle aggressioni dei “crociati” (Occidente), venti anni dopo la guerra in Bosnia, al “Paese dei due fiumi”, ossia all’Iraq. Viene sottolineato il caloroso invito ai fratelli musulmani dei Balcani ad unirsi a loro, ossia ai combattenti volontari dell’ISIS, perché nello Stato Islamico “i musulmani camminano con onore” e le “persone potranno vivere in pace con le loro famiglie”. Come se gli inviti precedenti non fossero stati sufficientemente persuasivi, si ribadisce ai “fratelli” nei Balcani di utilizzare contro i nemici le “cinture esplosive” e che presto “torneremo con un esercito”.

Alla luce di quanto sopra esposto, le minacce degli aderenti all’ISIS di persone originarie dei Balcani, sono rivolte in primo luogo alle istituzioni e strutture politiche della regione. Al di là delle esortazioni ad unirsi in Siria e Iraq alla lotta armata, al di là delle ricostruzioni storiche di quanto accaduto nell’ultimo secolo in Jugoslavia o Albania, le minacce sono rivolte contro la popolazione civile bosniaca, serba, macedone, kosovara, albanese. I terroristi incitano i loro conterranei a uccidere, ferire, avvelenare, a far saltare in aria auto e case nella loro terra, ossia nei Balcani. E’ lo stato secolarizzato bosniaco il loro nemico, perché impedisce la realizzazione dei loro piani farneticanti, la realizzazione, anzi, l’estensione dell’ISIS sul suolo europeo, andando ad occupare le terre che appartennero, sino a circa un secolo fa, all’Impero Ottomano.

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Le prime vittime dell’ideologia dell’ISIS, nei Balcani, sono i cittadini di quei Paesi. Lo sono stati i due militari uccisi lo scorso novembre a Sarajevo da uno squilibrato nei pressi di una caserma, così come i cittadini turbati dall’allarme lanciato lo scorso luglio per via di un possibile avvelenamento dell’acquedotto di Pristina. In secondo luogo, occorre riportare il problema del terrorismo nell’alveo della propria dimensione effettiva, evitando isterismi mediatici.

Nei Balcani i problemi principali sono legati alla disoccupazione, agli standard di vita insufficienti, alla povertà, alla forte emigrazione, soprattutto dei più giovani (ma non solo), alla corruzione, al clientelismo, all’incerto diritto alla salute, alla censura dei media, alla fragilità democratica delle istituzioni, alla criminalità organizzata. Senza scordare la gestione opportunistica della recente memoria storica e dei conflitti, un facile strumento della politica per ottenere consenso elettorale a basso costo in assenza di una concreta progettualità che possa migliorare il tenore di vita dei cittadini. A tutto ciò si somma ovviamente la gestione del consistente flusso di profughi e migranti provenienti dal Medio Oriente. Sarebbe dunque fuorviante porre al centro dell’attenzione, per quanto riguarda i Balcani, solo e soprattutto il tema dei terroristi islamici.

Christian Costamagna