5 ottobre 2000: note a margine

Matteo Tacconi, saggista e giornalista esperto di Europa Orientale, ha pubblicamente espresso, su di un noto social network, una considerazione molto interessante in merito alla “rivoluzione” verificatasi a Belgrado il 5 ottobre del 2000.

Tale episodio storico è divenuto importante anche per le sue implicazioni “teleologiche”, in quanto interpretato da alcuni come la prima di una serie di rivoluzioni colorate (supportate dagli USA) che negli ultimi tre lustri hanno coinvolto vari Paesi, giungendo, secondo questa narrazione, a quanto accaduto in Ucraina e durante la Primavera araba.

Tacconi, nel suo intervento, rammenta ai lettori che il 5 ottobre 2000, a Belgrado, nelle proteste contro Milosevic, parteciparono centinaia di miglia di persone, e sostiene che “il liquidare questa e altre insurrezioni popolari, per esempio quelle ucraine, come le rivoluzioni pagate dagli americani, significa fare un torto enorme a queste persone che, almeno, ci hanno creduto.” Il saggista infine sottolinea che tale semplificazione interpretativa, che riconduce tali eventi storici solamente alle azioni degli Stati Uniti, è trasversale sia alla destra che alla sinistra.

In effetti sarebbe troppo sbrigativo liquidare l’insurrezione del 5 ottobre 2000 a Belgrado esclusivamente come una rivoluzione sponsorizzata dagli Americani. Semplificazione che viene di norma adottata dalle ali estreme della destra e della sinistra, italiane e non. Come Tacconi stesso ha scritto, significa fare un torto a coloro che hanno messo a repentaglio la loro incolumità perché in quella protesta hanno effettivamente creduto.

Sarebbe interessante comprendere, a questo punto, per quale ragione, certe persone liquidino quella insurrezione come una banale ingerenza americana.

ottobre-2000

Innanzitutto occorre fare un passo indietro, e ricordare un evento storico. Il consolidamento al potere di Milosevic avviene tra il 1987 ed il 1989, durante la cosiddetta “Rivoluzione antiburocratica.” Si trattava di una serie di moti di piazza che convogliavano un genuino malessere della popolazione serba nei confronti del sistema politico (a causa della grave crisi economica e delle discriminazioni dei Serbi e Montenegrini in Kosovo, ma non solo).

Per quanto la frustrazione popolare fosse genuina, Milosevic ed i suoi alleati seppero sfruttare la mobilitazione per rafforzare la propria fazione, rimuovendo gli avversari tramite i suddetti moti di piazza. Uno dei momenti più simbolici avvenne con la Rivoluzione dello jogurt a Novi Sad, il 5 ottobre del 1988. Ora, al di là della ricorrenza delle date, Milosevic consolidò il suo potere tramite la violazione delle norme vigenti nell’allora Jugoslavia e tramite il fenomeno del populismo e del ricatto verso gli avversari. Egli sovvertì le strutture di potere in Serbia. All’epoca venne accusato di metodi mussoliniani, sebbene la politica di accentramento che stava perseguendo in Serbia non dispiaceva negli ambienti finanziari occidentali, perché la Jugoslavia era stretta dalla morsa del FMI (negli anni ’80 dichiarò di fatto il default), e la frammentazione istituzionale rendeva complessa la razionalizzazione delle spese e la restituzione del debito estero.

Sempre in quella fase, anche sotto il profilo politico, le simpatie americane verso Belgrado non mancavano, basti pensare ai vari Eagleburger, Scowcroft ecc. Ovviamente questo non vuol dire che Milosevic si consolidò al potere grazie agli americani (d’altro canto l’America appoggiò per decenni la Jugoslavia e Tito in funzione anti-sovietica). Peraltro con l’allora nuovo (e ultimo) ambasciatore USA in Jugoslavia, W. Zimmermann, i rapporti si freddarono rapidamente, tant’è vero che Milosevic non lo volle ricevere e il diplomatico per protesta non si recò al discorso di Kosovo Polje il 28 giugno 1989. Il pomo della discordia verteva attorno ai diritti umani degli Albanesi del Kosovo.

Il Milosevic degli anni ’90 è il politico che non ha esitato a supportare gli insorti di Knin in Croazia (per poi abbandonarli), i serbi di Pale, insomma, egli fu il capo di stato che non ha esitato a scendere in guerra per proseguire i propri fini politici. Ovviamente non è certo l’unico.

Durante gli anni ’90, in Serbia, l’opposizione era debole (si veda il bel libro di Thomas, The Politics of Serbia in the 1990s, ed. or. 1999) e, spesso, sorpassava in quanto a nazionalismo lo stesso regime di Milosevic. Le proteste contro di lui già iniziarono il 9 marzo 1991 (represse), e tornarono alla ribalta della scena nell’inverno 1996/97 (con gli studenti). Allora, a parte qualche frase di circostanza, l’Occidente fece ben poco per supportarli, occorreva salvare gli accordi di Dayton, “Sloba” era il garante della pace. Solo dopo la guerra del Kosovo, nel 1999, il supporto materiale dell’America e di alcuni Paesi europei divenne sostanziale e visibile. Il fatto che Otpor e l’opposizione a Milosevic abbiano ricevuto finanziamenti, addestramento e apparati tecnologici (direttamente o indirettamente), dall’Occidente è ormai assodato (lo scorso anno è stato pubblicato un libro che tocca il tema, si veda Spoerri, Engineering Revolution: the Paradox of Democracy Promotion in Serbia, 2015). Altrettanto assodato è il fatto che varie ONG e non, supportarono il proselitismo anti-regime/Milosevic e la mobilitazione contro di esso/egli. Così Milosevic nel 2000 emendò in maniera impropria la Costituzione della SRJ (attirandosi le ire del Montenegro) e indisse elezioni anticipate, sperando, ancora una volta, di battere l’opposizione sui tempi, e giocando sulle loro divisioni interne.

Mentre da un lato l’America e l’Europa sostenevano l’opposizione, dall’altro il regime elevò sanzioni salate ai media indipendenti (da Belgrado perlomeno). Per il regime, nell’ennesima mossa di omogeneizzazione nazionale, tutti gli avversari politici erano delle “quinte colonne”, delle marionette in mano all’Occidente. “Sloba” lo disse chiaramente nel suo ultimo discorso prima del ballottaggio (2/10/2000). In quella fase finale, l’ideologia di Milosevic si era ormai orientata verso una variante dell’anti-imperialismo anti-americano. Fu proprio sul finire del millennio, tra il 1999 ed il 2000, che le frange estreme della sinistra e della destra, inclusi i leghisti in Italia, videro in Milosevic e nel suo regime una qualche dimensione eroica di lotta contro le oligarchie capitaliste, rappresentate dall’America, da G. Soros ecc. Questo modello è valido ancora oggi, basti pensare alla questione Ucraina (o Siriana), dove i fan di Milosevic sono divenuti fan di Putin.

Ciò che avvenne dopo il 5 ottobre 2000 è storia nota. Era evidente fin dall’inizio che supportare V. Kostunica come candidato anti-Milosevic non avrebbe semplificato molto le relazioni all’interno della regione, essendo il costituzionalista serbo un noto nazionalista che non si è mai compromesso con il regime socialista. Le delusioni inoltre non si fecero attendere anche per coloro che si mobilitarono all’interno di Otpor (si veda Greenberg, After the Revolution Youth, Democracy, and the Politics of Disappointment in Serbia, 2014). Con il trascorrere del tempo, in Serbia ci si è sempre più domandati se ne sia valsa la pena di fare quella rivoluzione. I vari esponenti del partito qualunquista, del “quando c’era lui”, sono un gruppo ben nutrito e vivace.

Ci sono stati anche tentativi di delegittimazione, sostenendo che in mezzo alle ruspe, a sfondare i vetri del Parlamento, quel 5 ottobre, ci fossero anche i membri di tifoserie violente, come Ivan “il terribile” Bogdanov, noto per i fatti di Genova. Infine, oltre ai manifestanti delusi ed amareggiati per l’esito infelice (si pensi all’assassinio di Djindjic nel 2003, piuttosto che al basso tenore di vita di milioni di cittadini, alle privatizzazioni di dubbia natura ecc.), occorre tenere a mente un fattore forse ancora più strategico rispetto all’aiuto americano ed ai manifestanti nelle piazze, ossia al mancato supporto delle elites della Serbia a Milosevic, ormai frustrate da un decennio di sanzioni e guerre.

Milosevic il 5 ottobre 2000 è stato scaricato dai suoi ormai ex alleati, che ancora oggi rivestono incarichi importanti nello Stato, nell’amministrazione, nell’esercito ecc. I carri armati, a differenza del 9 marzo 1991, il 5 ottobre 2000 non marciarono contro i manifestanti. Avrebbero potuto farlo, ma non lo fecero. I vari personaggi incriminati dal Tribunale dell’Aja vennero utilizzati come merce di scambio per ottenere il consenso e i pacchetti di aiuto Occidentali, cercando di non perdere troppo la faccia con parte dell’elettorato locale che li considera(va) degli eroi. Tutto ciò è di pubblico dominio da anni, tuttavia non ha impedito e non impedisce a certe persone di credere che quanto accaduto il 5 ottobre 2000 a Belgrado sia stato solamente un colpo di stato pilotato dall’esterno. In realtà, sino a prova contraria ovviamente, fu l’abbandono al proprio destino di un politico ormai diventato troppo ingombrante da parte di coloro che lo hanno supportato e hanno beneficiato delle sue prebende e favori, oligarchi finanziari locali inclusi ovviamente.

Forse, la scarsa considerazione di coloro che hanno protestato contro il regime di Milosevic, a dispetto del loro numero e del loro impegno politico, da parte delle “frange estreme” della destra e della sinistra, non è tanto dettata da una valutazione delle condizioni politiche della Serbia e dei suoi cittadini, quanto piuttosto pare maggiormente un riflesso mentale che associa istintivamente gli interventi militari promossi dall’America/Occidente a qualcosa di irrimediabilmente negativo. Eppure, anche il compagno Tito ed il suo regime socialista “eretico” furono ampiamente supportati dagli Americani; perché le frange estreme della sinistra non reputano Tito una marionetta dell’America, come piuttosto coerentemente fecero i sovietici nel 1948 (e negli anni immediatamente successivi)?

Inoltre, per quanto riguarda la narrazione della destra estrema, è difficile riscontrare, al di fuori della Serbia stessa, delle critiche dirette a Milosevic per aver abbandonato i Serbi di Krajina (Croazia) nel 1995, e, fattualmente, ceduto il tanto conteso Kosovo nel 1999. Un vero nazionalista non potrebbe concedere sconti di questo genere.

A prima vista, tenendo a mente la mappa mentale delle persone che adottano tale processo di svalutazione degli attori locali (l’opposizione interna a Milosevic nell’ottobre 2000) e di sopravvalutazione del ruolo degli attori esterni (USA, Europa), si potrebbe riscontrare una voglia di riscatto e volontà di protesta nazional-popolare, delle fasce sociali più deboli insomma (o – meglio – dei loro tribuni), contro l’ingerenza e la prepotenza delle oligarchie finanziarie, delle elites “plutocratiche”. Da lì, il passaggio alle teorie del complotto, è assai breve. Salvo dimenticare che Milosevic, nel 2000, fu scaricato pure dallo stesso Putin. Ma allora, forse, gli Zar erano più ingenui.

Christian Costamagna

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