Vučić i Dačić: DVA SIMBOLA ISTE NESREĆE

predragpopovic

POCELA GRADNJA GASOVODA JUZNI TOK

Uskoro, kad padne s vlasti, Aleksandar Vučić će ostati bez svega u čemu sada uživa: neće moći da zloupotrebljava policiju, vojsku i pravosuđe, neće moći da preti, hapsi i uništava sudbine svih nepodobnih pojedinaca, tajkuni će prestati da mu plaćaju reket, ostaće bez statusa glavnog urednika svih srpskih medija, Željko Mitrović će mu s Pinka vratiti Kseniju, Dragan J. Vučićević će naći gazdu s većim mudima, Zorana Babića proći će erektivno divljenje „fizičkoj i mentalnoj snazi“ vođe, Vulin će početi da pije lekove… Kad ostane sam, na optuženičkoj klupi, Vučiću će teže od svega pasti činjenica da ga je politički pobedio i nadživeo Ivica Dačić.

U rekordnom roku, Vučić je s političke scene najurio Vojislava Šešelja, Vojislava Koštunicu, Mlađana Dinkića, Čedu Jovanovića i, na šta je posebno ponosan, Dragana Đilasa. Samo Dačiću ne može ništa.

Animozitet, nastao pre više od dve decenije, vremenom je prerastao u Vučićevu patološku opsednutost Dačićevim…

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Da Tito all’ovest, dall’ovest ai Balcani. La colonna sonora del mood sloveno

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STEFANO LUSA
Go west! Era l’imperativo della Slovenia. La più occidentale delle repubbliche della federazione jugoslava non aveva dubbi e aveva sin da subito puntato a occidente. Lì era proiettata la sua economia, lì le sue aziende tentavano di piazzare i loro prodotti e da lì veniva gran parte della musica che ascoltavano i suoi giovani.

Non erano mancati contrasti colossali con il resto della federazione. Alla fine degli anni Sessanta, mentre il paese era impegnato a costruire l’autostrada dell’“Unità e della fratellanza”, Lubiana sognava collegamenti autostradali con Trieste e Klangenfurt. Ne nacque uno scandalo colossale che rischiò di spazzare via la leadership slovena dell’epoca. Fu proprio in quel periodo che i politici locali capirono che era meglio impegnarsi per gestire le cose in casa propria, piuttosto che andare a ricoprire prestigiosi ma effimeri incarichi a livello federale.

L’Occidente arrivò in Slovenia sulle note del jazz e del rock…

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Dove vanno i Balcani?

Mentre negli ultimi mesi il fantasma della Russia torna a farsi vivo, a torto o a ragione, nei Balcani, e le simpatie verso Mosca tra i Serbi sembrano resistere (non a caso l’Esercito della Serbia parteciperà alla parata militare del prossimo 9 maggio in commemorazione della vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale), alcune crisi si stanno profilando all’orizzonte.

In primo luogo la lunga crisi del governo della Macedonia e delle accuse di tangenti, malversazioni e corruzione dilagante, alla quale si è sommato nei giorni scorsi un episodio grave e singolare, ossia l’attacco di una stazione di polizia al confine con il Kosovo, da parte di presunti paramilitari albanesi dell’Esercito di Liberazione Nazionale. Non è del tutto chiaro se l’episodio sia stato forse “facilitato” dal governo di Skopje per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi interna, oppure se sia legato alla frustrazione dei giovani disoccupati kosovari che potrebbero esprimere il loro disagio attraverso forme di nazionalismo. Ovviamente per la Macedonia, in seguito alla crisi del 2001, sarebbe un cattivo presagio, perché significherebbe mettere in discussione gli accordi di Ocrida. Come se tutto ciò non bastasse, la crisi del governo di Skopje si sta internazionalizzando: è notizia di oggi la dichiarazione dell’Ambasciatrice della Germania in Macedonia a proposito della inevitabilità delle dimissioni del governo di Skopje.

Pristina, dal canto proprio, da decenni vive un problema di sviluppo economico e di elevata disoccupazione tra i giovani e non solo (al tempo della Jugoslavia socialista  a migliaia migravano in Germania, Svizzera e non solo). Nei mesi scorsi un nuovo flusso incontrollato dal Kosovo è ripreso, attraverso la Serbia, verso l’Ungheria e l’Unione Europea.

La Bosnia ed Erzegovina, uno dei Paesi più fragili e complessi della regione, assieme alla Macedonia ed al Kosovo, dopo vari mesi è riuscita a dare alla luce un nuovo governo. Tuttavia, nonostante il rilancio della prospettiva europea per la Bosnia grazie all’iniziativa anglo-tedesca, per ora si tratta solamente di un credito di fiducia di Bruxelles verso le due entità della Bosnia, occorre attendere i risultati. L’integrazione europea richiederebbe il superamento degli accordi di Dayton del 1995, che misero fine alla guerra nel 1995, grazie all’iniziativa dell’allora amministrazione Clinton.

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D’altro canto, ritoccare gli accordi di Dayton in chiave maggiormente unitaria, significherebbe mettere in discussione l’esistenza stessa della Repubblica serba di Bosnia. Milorad Dodik, presidente di tale entità serba, da anni si oppone strenuamente alle modifiche richieste e agita, ad ogni piè sospinto, lo spauracchio della secessione della Repubblica serba di Bosnia dallo stato comune. In altri termini, Dodik punta allo status quo per sopravvivenza politica, mentre l’accesso all’UE richiederebbe la deframmentazione dell’ordine di Dayton. In Bosnia ed Erzegovina, una certa parte dell’opinione pubblica serba non perde occasione per rimarcare il pericolo degli estremisti islamici locali, lascito della guerra del 1992-1995, tema ripreso spesso anche in Italia e in Occidente per questioni legati ai conflitti in Medio Oriente, a volte con toni allarmistici, più di rado con toni pacati.

Sullo sfondo di questa situazione ieri è avvenuto un episodio di violenza apparentemente riconducibile ad un attentato di matrice terrorista islamica; il presunto attentatore avrebbe ucciso un agente di polizia a Zvornik, feriti altri due agenti, ed infine l’omicida avrebbe a sua volta perso la vita. Le notizie ancora si rincorrono con discrepanze ed inesattezze, tuttavia ciò che conta è che l’evento è stato identificato come attacco terroristico e rilanciato dalle agenzie di stampa come tale, anche in Italia.

Tra gli analisti esperti serpeggiano i timori della recrudescenza degli episodi di violenza nei Balcani ed in particolare in ex Jugoslavia. Al di là di alcuni giornalisti, magari per aumentare il numero dei lettori, oppure di certe strumentalizzazioni prettamente politiche, anche gli attori internazionali, accademici e non, da tempo ormai guardano con apprensione alla regione. Lo scorso 24 aprile, il Ministero degli Esteri della Russia ha messo in guardia sul possibile rischio di conflitto nei Balcani, riferendosi all’episodio avvenuto in Macedonia. Ovviamente la Russia punta il dito alla illegalità in Kosovo, in modo tale da accusare gli Stati Uniti, essendo questi ultimi stati i promotori della Guerra omonima nel 1999 sino al riconoscimento dell’indipendenza nel 2008. Non stupisce quindi che il Ministero degli Esteri russo supporti verbalmente il governo macedone nell’azione di prevenzione e repressione degli irredentisti albanesi, affermando che il governo di Skopje debba ricevere il giusto supporto anche dalla comunità internazionale. Il punto è che il governo macedone, per quanto riguarda perlomeno l’Occidente, non è affatto supportato, anzi (si veda sopra a proposito delle dichiarazioni dell’Ambasciatrice tedesca in Macedonia).

Dietro la crisi in Macedonia, si stanno allineando vari attori internazionali. La Germania e, forse, altri attori dell’UE, vorrebbero le dimissioni del governo. La Russia, invece, sostiene (a parole?) il governo. Tuttavia, il paragone con il 1990-1992 jugoslavo, per ora, è azzardato e inesatto. In altri termini, le allusioni ad una possibile escalation dei conflitti (dalla Macedonia alla Bosnia ed Erzegovina) è fuorviante per le seguenti ragioni.

In primo luogo i due principali attori regionali, la Serbia e la Croazia, stanno trovando o hanno trovato una loro collocazione. La Croazia è parte della UE e della NATO. La Serbia, pur tra mille difficoltà, da anni ha intrapreso un percorso verso l’UE. Vero è che la società civile serba nutre sentimenti diversi e contrastanti, verso gli Stati Uniti, la NATO e la Russia, e tale ambiguità si riflette anche nelle massime cariche dello Stato. Però è arduo identificare nei leader politici della Serbia la volontà di gettarsi in un nuovo avventurismo bellico.

In secondo luogo, come la Serbia e la Croazia hanno dimostrato tra il 1989 ed il 1991, per giungere veramente alla guerra, occorre alimentare le tensioni attraverso i mass media, creare l’immagine del nemico, armare un esercito, acquistare illegalmente armi dall’estero, mobilitare l’opinione pubblica, in un crescendo vorticoso di una spirale dell’odio. Qualcosa di vagamente simile si può riscontrare, in parte, a Banja Luka e a Skopje, tuttavia senza il supporto di Belgrado i primi, e apparentemente deboli e dipendenti dall’UE/USA i secondi, è difficile immaginare un conflitto serio e diffuso. A meno che Mosca non abbia intenzione di mettere in atto la strategia di Washington nei confronti dell’Unione Sovietica durante la Guerra fredda: supportare uno stato (Jugoslavia) con un leader eretico (Tito) per indebolire nel lungo termine l’avversario (URSS). Del resto Mosca conosce bene i Macedoni, perché per decenni ha fomentato il nazionalismo bulgaro a detrimento della Macedonia e, conseguentemente, della Jugoslavia titoista.

Quando si parla di Balcani e di ex Jugoslavia è sin troppo facile cadere preda di previsioni apocalittiche. Anche la recente filmografia sui conflitti nella regione è assai vasta e ricca (si pensi a “Prima della pioggia di Manchevski, 1994, oppure a “Lepa sela lepo gore” di Dragojevic, 1996) e potrebbe indurre a cupe profezie, tuttavia, per ora, è irrealistico, in assenza di prove, affermare che “biće rata” („ci sarà la guerra“ in serbo-croato). Basti pensare allo stemperarsi delle tensioni sorte lo scorso autunno in Serbia nel Sangiaccato di Novi Pazar. Per giungere ad un conflitto esteso occorre tempo, denaro e armi ma soprattutto la volontà dell’elite politica che in assenza di alternative, pur di rimanere al potere, gioca la carta della demagogia (eventualmente con la complicità delle potenze straniere). Per ora nel corpo balcanico vi sono dei sintomi, dei potenziali focolai (spesso frutto del disagio sociale ed economico, trasversale a tutta la regione), però è arduo scorgere una effettiva diffusione della nota malattia nazionalistica e guerrafondaia che, per inciso, non appartiene solamente ai Balcani.

Christian Costamagna

28° anniversario della discesa di Milosevic a Kosovo Polje. Riflessioni sul presente.

A distanza di quasi tre decadi dalla famosa frase di Slobodan Milosevic “Nessuno vi può picchiare”, le conseguenze di una politica dissennata continuano a farsi sentire ancora nel tempo presente.

Milosevic, il 24 aprile 1987 si recò nella periferia di Pristina, allora capoluogo del Kosovo e provincia autonoma della Serbia. Milosevic, leader dei comunisti della Serbia da circa un anno, avrebbe dovuto partecipare ad un incontro con la società civile locale, diremmo oggi. In sostanza era disceso, per la seconda volta nell’arco di soli cinque giorni, a Kosovo Polje, per ascoltare le lagnanze dei Serbi del Kosovo, che affermavano di essere vittime di discriminazione da parte degli Albanesi. Il processo si innestava su una serie di rivendicazioni della popolazione albanese che assunsero toni drammatici nel 1981, a cui fecero seguito delle misure draconiane da parte delle forze di sicurezza. Pristina avrebbe voluto non solo l’autonomia da Belgrado (ottenuta da appena un decennio), bensì divenire una repubblica jugoslava. Per Belgrado ciò sarebbe stata l’anticamera dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia e dalla Jugoslavia, e la creazione di una Grande Albania con Tirana. Nel frattempo, decine di migliaia di Serbi migravano dal Kosovo, tanto che già nei primi anni ’80 si parlava di “genocidio”. D’altro canto, anche gli Albanesi, migravano massiciamente in Germania o in Svizzera, però il fenomeno era spiegato con la disoccupazione e la stagnazione economica. Per i Serbi questa spiegazione non era ammissibile.

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L’elite politica, a Belgrado, temeva che le proteste dei Serbi del Kosovo dilagassero in Serbia e potessero eventualmente saldarsi con gli scioperi legati alla grave crisi economica e sociale di quel periodo storico. Milosevic non creò le tensioni tra Serbi e Albanesi in Kosovo, seppe però cooptare e sfruttare a proprio vantaggio la protesta popolare. Non potendo risolvere i problemi economici, utilizzò il nazionalismo serbo per ricostruire il consenso e la legittimità del potere politico. Tra il 1989 ed il 1999, l’escalation di violenze che seguitò nelle repubbliche ex jugoslave può attribuirsi in buona misura a quelle politiche dissennate.

A distanza di quasi trenta anni, nella regione i problemi non sono affatto spariti, sebbene la gestione politica sia largamente mutata. Anche volendo soprassedere su ciò che è accaduto nel decennio precedente, il recente flusso di migranti albanesi dal Kosovo verso l’Unione Europea, attraverso il territorio della Serbia, è un dato allarmante. Come se ciò non bastasse, dal 2008 la sovranità del Kosovo non è riconosciuta da decine di Paesi del mondo, a partire ovviamente da Belgrado. In questo modo il Kosovo non può prendere parte, formalmente, ai luoghi di discussione internazionale, quali l’ONU (così come sancisce la risoluzione 1244).

E’ cronaca di questi giorni che in Macedonia, al confine con il Kosovo, un gruppo di sedicenti paramilitari dell’Esercito di Liberazione del Kosovo ha occupato una stazione di polizia, riportando alla memoria i gravi scontri del non lontano 2001. Alcuni affermano che sia un chiaro segno della frustrazione della popolazione albanese del Kosovo che, a causa del sottosviluppo economico, e non potendo cercare liberamente lavoro nell’UE, riversa la propria rabbia con dimostrazioni di carattere nazionalista. Sull’altro versante, sulla scia di mesi di scandali politici a carico dell’attuale governo della Macedonia, si suppone che l’episodio di violenza sia stato una messinscena per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica dalla crisi politica e scaricare la colpa sulla minoranza albanese del Paese balcanico. La Macedonia stessa, inoltre, sin dalla sua indipendenza (dichiarata nel 1991), a causa del veto della Grecia, è costretta ad utilizzare l’acronimo FYROM (former Yugoslav Republic of Macedonia). Ciò impedisce alla Macedonia di accedere agli organismi internazionali di cui la Grecia è già parte.

Sostanzialmente, dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1991, la politica del non riconoscimento del proprio vicino, il perseverare nella fiction collettiva secondo cui si possa all’infinito non riconoscere una situazione fattuale, sia essa la sovranità, l’indipendenza o il nome stesso dello stato confinante, ha giocato a detrimento del benessere collettivo dei cittadini. I piccoli nazionalismi locali, come se fossero delle religioni universalizzanti e mutualmente esclusive, se non troveranno soluzione all’interno di un paradigma ed un contenitore più ampio, non condurranno a nulla di positivo e costruttivo. Sono trascorsi 28 anni dal discorso di Milosevic a Kosovo Polje, eppure quelle stesse dinamiche, le stesse strutture e mentalità sono ancora in atto, apparentemente quasi intaccate ed immutabili. L’economia nella regione non prospera, il flusso di migranti è elevato, le tensioni permangono, alcuni scaltri politici credono che giocare la carta del nazionalismo possa prolungare la loro permanenza al potere.

Ovviamente sarebbe errato fornire una visione prettamente pessimista. L’Unione Europea, pur con i propri limiti, ha giocato un ruolo fondamentale, assieme agli USA, nel portare al tavolo dei negoziati le parti politiche (si pensi al dialogo tra Belgrado e Pristina, oppure agli accordi di Ocrida). Ciò che sino a pochi anni addietro pareva inimmaginabile è divenuto reale. In Serbia, uomini che furono legati a Milosevic (si veda Ivica Dacic) oppure a Seselj (si veda Aleksandar Vucic) sono assurti alle massime cariche dello stato, assumendo una posizione pragmaticamente filo-europeista. Dialogano con gli ex leader dell’Esercito di Liberazione del Kosovo, come Hashim Thaci.

Milosevic credette di poter risolvere i problemi con la demagogia, promettendo ai Serbi di controllare nuovamente da Belgrado il Kosovo. Ora sappiamo che i suoi metodi sono un tipo di carburante politico che brucia in fretta e, come il sonno della ragione, produce mostri. Perché perseverare nell’inganno e vivere in uno stato di allucinazione collettiva a proposito di confini, sovranità, statualità e nomi di stati?

Christian Costamagna

New notes for the Balkan Prince and his opponents

Florian Bieber's Notes from Syldavia

Source: Wikipedia Source: Wikipedia

Dear Balkan Prince,

you read my previous notes (and you had access to a version in your mother tongue), then you engaged some foreign advisers to make yourself look good internationally and then you hired some domestic advisers to show you how to play dirty. However, you never called and offered me a possibility to provide you with more assistance.

I have thus decided to provide some advice for those who might be seeking to replace you. As I wrote back then, your job is dancing on the edge of a volcano. Good luck to those who seek to replace you and hopefully will not become just another prince:

1. It is difficult. It is harder than challenging classic authoritarian rule. Srdja Popović provides some good and humorous advice on toppling today’s dictators, but much of it does not work in removing the Balkan prince.

2. Getting…

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Vučić, Renzi ed il Giappone

Nezavisne Novine, un quotidiano di Banja Luka (Repubblica serba di Bosnia), riporta un’intervista con il primo ministro della Serbia Aleksandar Vučić. Il contesto generale dell’intervista riguarda le relazioni tra la Serbia e la Repubblica serba di Bosnia (Vučić sostiene di voler supportare l’Entità serba di Bosnia senza immischiarsi della sua politica interna), tuttavia emergono due aspetti interessanti.

Del fatto che il primo ministro serbo, oggi convinto apostolo dell’integrazione europea e del suo passato da nazionalista radicale ne avevo già parlato in precedenza. Vučić, durante il precedente governo (nel quale era vice premier), si avvalse della consulenza dell’ex Commissario Europeo (nonché ministro in due governi Berlusconi) Franco Frattini sui temi legati all’integrazione nell’UE e alla lotta al crimine organizzato.

Tornando all’intervista del giornale di Banja Luka, pubblicata online il 10 aprile 2015, Vučić, nel rispondere alla prima domanda del giornalista a proposito delle riforme in atto a Belgrado, afferma che non ha dubbi: preferisce scegliere la via riformista “lacrime e sangue” piuttosto che quella solitamente adottata dai politici della regione (ossia ai metodi demagogici e populisti), che lasciano intatto lo status quo. Solo in questo modo si potrà giungere, secondo il premier, ad una Serbia moderna e di successo.

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Vučić richiama la visita a Roma con il presidente del Consiglio italiano (e Segretario del Partito Democratico), nel corso della quale si è congratulato con Matteo Renzi a proposito della sua “prontezza nel cambiare la legge sul lavoro” (il cosiddetto “Jobs Act” e l’abolizione dell’articolo 18), sebbene ciò significasse un “calo di parte della popolarità” nell’elettorato. Secondo Vučić, Renzi gli avrebbe detto di non essere affatto preoccupato perché “solamente una volta nella vita si ha l’opportunità di influenzare il futuro del proprio paese”, aggiungendo che ciò che conta non “è quanto si rimane al governo, bensì cosa si lascerà dietro di sé e quali saranno i risultati del proprio governo”. In altri termini, seppur con le debite differenze, pare che il riformismo del presidente del Consiglio italiano sia fonte d’ispirazione per il premier serbo. Per estensione, volendo includere il “precedente” della consulenza di Franco Frattini, pare via sia una certa influenza della politica italiana a Belgrado, sebbene non si possa trarre da ciò nessuna reale conclusione di carattere generale (del resto, Vučić si è servito della consulenza di Tony Blair, egli stesso, a sua volta, “icona” di Renzi).

Vučić prosegue l’intervista toccando vari temi, dalla neutralità militare della Serbia (ossia il non accesso alla NATO) che non ha nulla a che vedere, secondo il premier, con il cammino della Serbia verso l’UE, il rientro di Šešelj all’Aja, resta sul vago a proposito della sua partecipazione alla commemorazione al ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica (Bosnia), conferma la necessità della cooperazione regionale, auspica l’integrità e la sovranità della Bosnia ed Erzegovina in quanto stato, ed altre questioni legate ai rapporti tra Banja Luka e Belgrado.

Ciò che più colpisce è una risposta in cui Vučić, nel rispondere a proposito del rapporto problematico del popolo serbo con il proprio passato, il premier cita il caso del Giappone. Secondo Vučić la Serbia dovrebbe imparare dal Giappone che, sebbene sia stato bombardato con le testate nucleari dagli USA durante la Seconda guerra mondiale, ha sviluppato un ottimo rapporto con l’America, ha avuto successo sul piano internazionale ed economico, e guarda al futuro. Fuor di metafora, la citazione di Vučić è di estremo interesse. Egli lascia intendere che la Serbia, come il Giappone, ex alleato della Germania nazista e dell’Italia fascista, dovrebbe smetterla di pensare ai bombardamenti della NATO del 1999, e guardare al futuro. Se accettassimo questa interpretazione, da ciò ne deriva che la Serbia post Milošević è uno stato sconfitto, con un ex regime ripudiato, che guarda con occhio rinnovato alle democrazie occidentali ed alle potenze del Patto atlantico. In altri termini, se è concessa la similitudine, la Serbia odierna è in qualche modo paragonabile all’Italia del dopo Mussolini, all’Italia della prima repubblica.

Il distacco innegabilmente coraggioso di Vučić dal suo passato nazionalista, l’accettazione dell’integrazione europea come miglior strada per la modernizzazione della Serbia, una serie di politiche volte al riformismo, apparentemente mal si conciliano però con le accuse di scarsa libertà d’informazione e censura. Del resto, non è facile vestire i panni del riformista neppure in Italia.

Christian Costamagna

Introducing the intro text: why I’ve written an introduction to the Yugoslav wars of the 1990s

Catherine Baker

Since 2013 I’ve been working on a new kind of book project for me: an introductory text on the Yugoslav wars of the 1990s, which I spent most of 2014 working on intensively and which is now due for publication later this year. (Indeed, it’s close enough that the publishers have been showing me options for the cover design; I’m happy with the one we’ve chosen, and am hoping it’ll be going public very soon.)

The Yugoslav Wars of the 1990s will be very different to my previous two books (a research monograph on popular music and struggles over national identity in post-Yugoslav Croatia, and a co-authored monograph on translation/interpreting and peacekeeping during and after the war in Bosnia-Herzegovina). Firstly, it’ll be going straight into paperback, meaning there’s a good chance more of its potential readers will actually read it.

Secondly, it puts me in a very…

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