What the floods reveal: Consequences of a disaster

Florian Bieber's Notes from Syldavia

Floods_in_Bosnia_12

The floods in Bosnia and Herzegovina, Serbia and, to a lesser degree, in Croatia brought destruction and death to large areas. Thousands of homes were destroyed, some had been painstakingly rebuilt after the war, thousands of landmines swept away to new locations, livestock killed, mass graves from the war unearthed and roads ruined. Beyond the destruction, the floods also revealed the weakness and the strengths of the countries. It is a cliché to say that moments of crisis and disaster brings out the best and the worst in people. In Bosnia and Serbia, it mostly brought out the best in people, and the worst in states.

Natural disasters test states whether they are weak or strong and their response (or lack thereof) often shatters citizens trust. When the earthquake in Haiti struck in 2010 killing a quarter of million people, it destroyed the state itself, which been weakened by decades…

View original post 956 more words

Advertisements

Francia, XVIII secolo: disperati aspiranti intellettuali di provincia

Da tempo mi domando quanto l’Illuminismo influenzi la nostra vita. E’ possibile ridurre, in ultima istanza, i conflitti all’interno delle società umane, tra i valori degli illuministi e quelli della conservazione e della tradizione? Il modello egemone che progressivamente plasma l’umanità intera, che ha posto al centro dell’universo l’uomo, è una forma di materialismo e ateismo? Stiamo forse assistendo, a partire dal 1789, a forme differenti di appropriazione e rigetto della modernità? Il post-modernismo è veramente tale oppure è un modernismo soggiogato da una massiccia dose di relativismo? Affermare che il fine ultimo sia la vittoria, su scala globale, dell’ideologia (post)modernista, non è forse una contraddizione in termini? Per voler fare un esempio tratto dall’attualità, lo scontro in Ucraina, piuttosto che un conflitto a bassa intensità tra due potenze globali (oppure un conflitto etnico tra ucraini e russi), può essere compreso come uno scontro tra due differenti forme di appropriazione della modernità (quella occidentale e quella della civiltà russa)? Il senso di superiorità morale della Russia, che vede con sdegno e rigetto valori quali la difesa della diversità sessuale propugnata dall’Occidente ne è un esempio? La conversione ai valori occidentali, che verrà forgiata attraverso l’educazione delle future generazioni e la promozione di modelli a cui fare riferimento, sarà pacifica e indolore? Pur non avendo ancora trovato una risposta, nel mio percorso di ricerca, sono stato irresistibilmente sedotto da un libro. Ecco perché.
Non mi capita spesso di trovare, quasi per caso, vagando in una biblioteca, un testo così denso di significato. Robert Darnton (Princeton), nel suo “The literary underground of the Old Regime” (1982; trad. italiana “L’intellettuale clandestino”, 1990), con la precisione indagatrice di un bravo storico e la forza narrativa di un romanziere affermato, abbozza il sottobosco umano nella Francia del secolo dei Lumi. Giovani di provincia, affascinati da Voltaire, approdano a Parigi alla ricerca del successo nel mondo delle lettere e della cultura. Per molti di loro, la sorte sarà avversa. Incapaci di trovare la strada verso il successo, si ritroveranno a patire la fame, vivere in soffitte, vendersi ai commerci e traffici più loschi. Le loro aspirazioni verranno logorate, distrutte e vivranno come dei pezzenti, ai margini della società. In una lettera al suo editore svizzero (1780 circa), l’abate Le Senne, esempio di philosophe di basso rango, così come citato da Darnton (p. 109), in una missiva scrive:
 

“E’ ormai tempo che questa vita errabonda giunga a termine. Il mio unico desiderio è di sistemarmi e lavorare […] Dipende da voi far cessare la mia miseria, e farmi finalmente raggiungere le uniche cose cui aspiro: lavoro e sussistenza”. Come il pauvre diable, si trovava nel punto più basso del ciclo vitale descritto da Voltaire:

Las! où courir dans mon destin maudit!
N’ayant ni pain, ni gite, ni crédit,
Je résolus de finir ma carrière.

 

Image

Sebbene volessero divenire hommes du monde (quindi parte del sistema), sentendosi respinti e umiliati, si lanciarono in critiche al vetriolo contro quel sistema, inteso in senso politico, sociale e religioso. La loro rabbia, direttamente o indirettamente, contribuì all’avvenimento che diede la stura ad un nuovo corso: la Rivoluzione francese. Ciò che più mi interessa di questo libro, come di norma accade con i classici, è la sua estrema attualità. In primo luogo nella sfera politica italiana: la veemenza, il giacobinismo ed il turpiloquio dei “poveri diavoli” descritti nel saggio ricordano un certo movimento che ha fatto della dissacrazione la sua bandiera. In secondo luogo, dovrebbe essere un testo compulsivo per tutti i giovani che intendono intraprendere un percorso universitario in ambito umanistico. Sebbene l’esperienza personale sia insostituibile, e la foga e la passione giovanili non si possano estinguere con un monito scritto, credo che potrebbe mettere in guardia (o forse risparmiare) delle giovani vite. Leggetelo. Vi sorprenderà.
 

RUSSIA & SERBIA: non banalizziamo le comparazioni

Riprendo di seguito alcuni commenti che ho scritto ad un lettore di East Journal. Spero possano servire per una riflessione più ampia.

Caro Ivan, comprendo la tua analisi da un punto di vista della realpolitik o, molto più banalmente, dei rapporti di forza tra le grandi potenze verso piccoli territori. E’ indubbiamente vero che Putin nel 2008 sostenne che il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo avrebbe creato un grave precedente. Tuttavia, a mio modo di vedere, occorre fare dei distinguo. Nel 1999, al potere, a Belgrado, c’era Milosevic. La politica di Milosevic nei confronti del Kosovo e delle altre repubbliche jugoslave, ha contribuito a fomentare l’escalation dei conflitti (non fu l’unico). In particolare, durante la guerra in Bosnia ci furono oltre 100mila morti. Il conflitto in Bosnia è terminato nel 1995. A partire dal 1998, nuovamente c’era un elevato conflitto in Kosovo tra ribelli albanesi e truppe serbe. Il rischio di nuovi massacri e di nuovi sfollati e profughi era molto elevato, di fatto stava già avvenendo nell’inverno 98/99. Gli albanesi in Kosovo erano ampiamente discriminati dalle autorità di Belgrado.

Definire affrettato il riconoscimento dell’indipendenza nel 2008 da parte dell’Occidente, considerando le dinamiche in atto (in Kosovo, appunto) dal 1981 al 2008, mi pare non renda appieno l’idea. Cos’altro avrebbe dovuto fare la Comunità internazionale per cercare di risolvere il nodo gordiano venutosi a creare sul terreno? Se ne è discusso, senza esito, per un intero decennio. Detto questo, in Crimea, invece, non mi risulta che la popolazione russa fosse vessata, vittima di apartheid, uccisa, scacciata dalle proprie case in massa e così via. Al di là della legittimità o meno del riconoscimento, che non ha nulla a che vedere con il diritto internazionale bensì rispecchia, appunto i rapporti di forza, paragonare il supporto ed il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo con quella della Crimea mi pare fuorviante. In una battuta: il governo di Kiev non ha discriminato e represso per vent’anni i russi in Crimea. Il governo di Kiev non ha alimentato per una decade conflitti in stati limitrofi. Peraltro, nessuno stato ha annesso il Kosovo, ad esempio, all’Albania, mentre invece la Crimea è stata subito annessa alla Russia. Anche la Cecenia potrebbe essere una sorta di Kosovo, però Mosca ha avuto la forza e i deterrenti nucleari per evitare ciò che è accaduto a Belgrado (bombardamenti da parte di un’alleanza straniera, occupazione e distacco di parte del territorio nazionale).

In tutto ciò credo rientri anche una dimensione etica, morale, di valori. Per farla breve, è meglio vivere in un regime politico come quello dell’Europa occidentale, dove il cittadino gode, tutto sommato, di notevoli diritti e tutele, oppure nel regime russo retto da Putin? Da un punto di vista prettamente relativistico, potrei dire che ognuno è libero di scegliere il modello favorito.

Image

E’ vero, Milosevic non nasce nazionalista. Milosevic era un pezzo dell’apparato comunista jugoslavo. A partire dal 1986, con una forte accelerazione tra il 1987 ed il 1988, per timore di perdere legittimità e consenso, coopta e avalla le istanze dei serbi del Kosovo, che sostenevano di essere spinti all’emigrazione a causa di vessazioni compiute da parte degli albanesi (vero in parte). Ne parlo diffusamente qui.  Sebbene Milosevic in una prima fase intendesse salvare il regime socialista, per quanto non fosse diventato all’improvviso un cetnico, all’atto pratico, promosse e permise delle politiche di chiara impronta nazionalista. E’ sufficiente vedere quanto è accaduto in Kosovo, Croazia e Bosnia.

In secondo luogo, storicamente, il concetto di nazionalismo e socialismo reale vanno spesso a braccetto. Da ciò ne deriva che Milosevic non è diventato nazionalista quando le organizzazioni terroristiche (come tu le definisci) sostenute da alcuni membri NATO e dalle Monarchie del Golfo hanno iniziato a destabilizzare la Jugoslavia. E’ accaduto almeno 4 anni prima. La Jugoslavia si è destabilizzata da sola.
Quando lo stato Jugoslavo, a causa delle divisioni interne, è diventato una carogna, sono iniziati a giungere gli avvoltoi dall’estero, ma come conseguenza, non come causa. Insomma, quando il problema jugoslavo era troppo grave per non essere internazionalizzato. Inoltre una puntualizzazione: gli avvoltoi non provenivano solamente dall’Occidente o dal Medio Oriente, bensì anche da Mosca, come Igor Strelkov e compagni dimostrano. Un conflitto è come un magnete per gli squilibrati e i folli. Detto ciò, è evidente che sussistano delle responsabilità anche da parte di altri attori locali: penso a Tudjman, ma non solo. Belgrado, negli anni ’90, ha agito e reagito, si è comportata con l’arroganza di una grande potenza senza esserlo. La violenza di stato e la repressione verso le minoranze etniche, in Serbia ma anche in Croazia o nel resto del mondo, per quanto mi riguarda, sono immorali.
Le politiche adottate da Milosevic a partire dal 1991 circa, e proseguite sino alla sua fine politica nel 2000, hanno destabilizzato l’Europa, creando flussi di profughi, morti, operazioni umanitarie ONU (rammento che i serbi di Bosnia presero in ostaggio i caschi blu). Gli Stati Uniti, e non solo, almeno sin dal 1995, per porre fine allo strazio che si consumava quotidianamente nei Balcani (l’opinione pubblica, sensibilizzata dai media sulle carneficine, premeva per un cambiamento dello status quo; Clinton temeva di perdere le elezioni a causa di una scarsa credibilità, anche sul piano internazionale), meditavano su come neutralizzare i politici serbi, nell’impedire loro di fomentare la guerra. I serbi si sentivano dalla parte della ragione, perché si difendevano dagli ustasa, dai terroristi islamici in Bosnia e terroristi irredentisti/separatisti in Kosovo.
Milosevic, nel corso degli anni ’90, e marcatamente nel 1998-2000, mutò nuovamente: emerse il suo aspetto spiccatamente anti-imperialista (non è un caso che nel 1999 Bossi e Cossutta andarono a Belgrado, sostanzialmente lo stesso spettro politico che oggi sostiene Putin in Italia, fatto salvo che il M5S ancora non c’era). Il discorso di fondo era che la Serbia, sanzionata dall’embargo ONU, bombardata dai “nazisti” della NATO, combatteva sola contro tutti (un po’ come l’Italia fascista se vogliamo, però più isolata perché l’Italia aveva l’alleato tedesco).
Tu giustamente mi citi il fatto che per gli Stati Uniti l’UCK era un’organizzazione terrorista: è vero. Quante volte nella storia, per opportunismo o necessità, si è fatto ricorso a organizzazioni di dubbia moralità, per ottenere un fine percepito come alto e nobile? Pensiamo all’utilizzo della mafia in Sicilia da parte degli USA durante la Seconda guerra mondiale. Oppure all’uso di terroristi islamici in Afghanistan contro i Sovietici. Al fatto che nell’ottobre del 2000 vi fossero ad incendiare il parlamento jugoslavo anche gli hooligan e varia teppaglia da stadio. Però, scusa, Milosevic non ha forse utilizzato in Bosnia e Croazia un criminale come Arkan? (salvo poi farlo fuori nel gennaio 2000, assieme ad altre persone scomode). Dov’è la levatura e superiorità morale di Milosevic rispetto all’Occidente? Gli USA hanno utilizzato l’UCK per destabilizzare Milosevic, che a sua volta destabilizzava i Balcani da un decennio.
A partire dalla risoluzione 1244, sino alla proclamazione dell’indipendenza nel 2008 prontamente riconosciuta dall’Occidente, è trascorso un decennio di impasse e frustrazioni. Ricorderai frasi come “il Kosovo buco nero d’Europa”, “Kosovo stato mafia”, il “Kosovo è Serbia” con Kostunica che, cocciuto come un mulo, fomentava quotidianamente l’informazione e l’agenda politica, dimenticando i gravi problemi dell’economia serba. Gli albanesi del Kosovo, dal canto loro, inebriati dal supporto americano, si sono visti a un passo dalla vittoria, ossia l’indipendenza da Belgrado. Cosa importava a loro di “massima autonomia all’interno della Serbia, tutto meno l’indipendenza, facciamo come in Alto Adige” e così via? Dalla risoluzione 1244 in poi, è stato un muro contro muro, nessuno voleva cedere perché altrimenti le elites politiche temevano di perdere credibilità e supporto negli elettori (in quanto “traditori della patria”).
L’Occidente, esasperato, ha forzato la mano nel 2008. Però, da allora, lentamente, grazie alle pressioni di USA/UE, addirittura Dacic e Thaci si incontrano con la Ashton, parlano, discutono, si stringono la mano. Parlano di problemi concreti. Ti pare poco? Per la prima volta, anziché odiarsi, uccidersi, screditarsi, dialogano. Giustamente parli dei serbi del Kosovo e della loro situazione a partire dal 1999. È vero, non se la passano bene e sono intimiditi. Molti se ne sono andati. Ma non è solo per quello, è dovuto alla disastrosa situazione economica del Kosovo. Tuttavia la comunità internazionale è da decenni che cerca di ricostruire il tessuto sociale (pensa a quante ONG si occupano a tempo pieno solo di far dialogare serbi e albanesi).
Per quanto riguarda l’eventuale rispetto dei diritti dei russi in Ucraina/Crimea senza l’intervento di Mosca, non ho una risposta certa. Posso semplicemente domandarmi se realmente Kiev aveva l’intenzione e l’interesse ad inimicarsi sfacciatamente Mosca discriminando i russi in Crimea.
Putin ed il consenso di cui gode rispetto ai leader occidentali: vero, però anche in questo caso è un tema complesso. Di norma, anche i dittatori più feroci, godevano di una certa legittimità. Anche Mussolini ha goduto del consenso di milioni di italiani. Ancora oggi, in Italia, chi grida di più e fa appelli emotivi, tende ad avere un discreto consenso nella popolazione (sommando i più virulenti, oggi in Italia arriviamo forse al 30% degli elettori, se aggiungiamo anche quelli che promettono protesi dentali, ci aggiriamo sul 50%). Il consenso e la legittimità sono fondamentali, su questo non ho dubbi. Il problema è su quali istanze si debba fondare questo consenso. Fondarla su stereotipi, razzismo, discriminazioni non mi pare un buon punto di partenza.
Sulla verità preferirei non esprimermi. Partirei con una modalità più soft: interpretazioni plausibili di eventi, fondate su fonti attendibili. Il resto è opinione non informata oppure una supponenza di natura fideistica o dogmatica.

 

 

Drinking Coffee with the Father of the Nation. Dobrica Cosic and the Mediocracy of Evil

Florian Bieber's Notes from Syldavia

A few years ago, a sophisticated hoax suggest that Dobrica Ćosić won the Literature Nobel Prize. While a group of usual suspects of the Serbian did propose him for the prize,  the idea was luckily absurd. He wrote an number of novels, but they are far from the novels by better Yugoslav writers of his time. His first novels were in the dominant socialist realist style. His later novels were epic in tracing the Serbian people and their suffering in the creation of Yugoslavia. Some translations where published, his works rightful drew little interested outside Yugoslavia. When I talked to him for my research in 1998, it was less his literature I was interested in, but rather his politics.

When I stepped into the house of the friendly elderly man in his crumbling, yet still impressive villa in the Belgrade suburb of Dedinje, I thought I was meeting a man…

View original post 1,288 more words

What’s your Post-PhD story? Announcing a Blog Carnival!

The Contemplative Mammoth

You can’t go far on the internet these days without stumbling upon a story of someone leaving academia. These are important stories, and it’s good that people are sharing them. These authors are often making valid critiques about Academia and the state of research funding, and are opening up a really necessary dialog. When people highlight structural inequalities or biases that drive women or minorities out of the Academy, that’s good. When people draw attention to the adjunct problem, or how a lack of funding can demolish an otherwise promising career, that’s good. When folks critique the graduate culture that fails to prepare students for non-academic careers, that’s good, too.

But….

Sometimes, being post-PhD can feel like this. But it doesn't have to be that way!  Comic by PhD Comics Sometimes, being post-PhD can feel like this. But it doesn’t have to be that way! Comic by PhD Comics

I wonder about about the these stories, taken as a whole. I worry that they might be discouraging people from pursuing academic careers — specifically, people…

View original post 538 more words

Russia: quale fascismo?

In un articolo apparso sulla Pravda (quella serba), il ministro degli esteri russo Lavrov afferma che la Russia ha il dovere di non permettere l’espansione del fascismo in Europa e nel mondo.

lavrov

 

Tuttavia, la Russia stessa non è immune dal fascismo. Nell’agosto del 2011, in tempi non sospetti, così si parlava della Russia:

Parte attiva, ma non cosciente: la dirigenza russa, in questi anni, è riuscita a creare terreno fertile per far crescere una generazione di ragazzi frustrati e pronti ad imbracciare le armi. Il tutto grazie alle campagne militari russe contro la Georgia, ad esempio, e grazie al clima da guerra permanente che si respira nella repubblica di Putin e Medvedev.

 

giornalettismo

Per chi volesse approfondire sulle origini del fascismo russo, suggerisco il seguente libro:

fascismo

Il fascismo russo / Sergej Kulešov, Vittorio Strada, Venezia : Marsilio, 1998

Yugoslavia as a paradigm: the rise of comparisons

In the last few weeks, a certain number of comparisons between Vladimir Putin and Slobodan Milosevic, together with other comparisons between Ukraine and Croatia or Bosnia, and even between Crimea (or Syria) and Kosovo, have appeared in the media. While some comparisons are more accurate than others, the underlying idea is that the recent Yugoslav conflicts are becoming a, more or less useful, paradigm. In broader terms I would rather say they are legitimate. Anyway I would point to a very simple evidence: Milosevic’s Serbia was not a nuclear power. Russia does. Secondly, Putin, today, does not have a Big brother, saying him “enough is enough”. That is what Putin told Milosevic in 2000. Finally, the fact that in Ukraine large scale conflict, like in Bosnia, did not yet happen, is not a valid argument, because we do not know yet the outcome of this story. Below it follows an incomplete list of them. I do not always agree with their content, in full or in part. Just click on the headlines for the full article.

Ima li sličnosti između Putinovog i Miloševićevog scenarija (this is one of my favorite)

Russia’s Putin is No ‘New Milosevic’

Blood Brothers: Milosevic and Putin

Elisabeth Rehn: Putin’s statements reminiscent of Milosevic

What’s The Difference Between Putin And Milosevic? About 22 Years

Ukraine: lessons from the Balkans nightmare

Ukraine: Hate in Progress

Intervenir en Syrie ? Le mauvais exemple du Kosovo

 

Etc…