30° anniversario del Memorandum SANU

Il 24 settembre 1986 apparve su di un quotidiano belgradese (Večernje Novosti) un articolo su di un Memorandum dell’Accademia serba della Scienze e delle Arti, a proposito della posizione della Serbia in Jugoslavia. Negli ultimi trenta anni tale documento (peraltro si trattava di una bozza, dato non irrilevante) è stato associato, innumerevoli volte (da studiosi e non), alla politica di Slobodan Milošević, al nazionalismo serbo, ed alla distruzione della federazione jugoslava. In altri termini, il Memorandum è stato percepito ed interpretato come la base ideologica della politica del leader dei comunisti di Serbia nella sua scalata verso il potere, fondata, appunto, sul nazionalismo serbo.

Le critiche verso il Memorandum, in Jugoslavia, hanno avuto due fasi iniziali: ovviamente nell’autunno del 1986 e nei mesi immediatamente successivi. Tuttavia, dopo una fase di relativo oblio mediatico, tornarono alla ribalta nel 1989. Successivamente la questione del Memorandum venne ripresa, soprattutto a partire dal 1991, anche da osservatori stranieri (giornalisti e ricercatori), giungendo così, in qualche modo, anche al pubblico occidentale. La questione del Memorandum ha assunto un carattere quasi mitologico, e ancora oggi nello spazio post-jugoslavo, al di fuori dei confini della Serbia, ha una valenza simbolica profondamente negativa per indicare, con timore, il risorgere di politiche nazionaliste serbe (queste ultime dovrebbero storicamente essere poste sulla scia del Načertanje del XIX secolo).

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Il titolo dell’articolo originale sul Memorandum, apparso il 24 settembre 1986 [Ponuda beznađa – L’offerta della disperazione]. Foto dell’autore.

Senza alcuna pretesa di esaustività in merito al tema in oggetto, in occasione del trentesimo anniversario, è desiderio di chi scrive condividere il lavoro svolto (tratto dalla tesi dottorale, stilata a cavallo tra il 2012 ed il 2013), frutto di ricerche d’archivio sul campo condotte nel 2011-2012, sebbene iniziate indipendentemente già nel 2005. Il testo che segue deve essere inteso come un tentativo di storicizzare quegli eventi, contestualizzarli, con mente sgombra da pregiudizi e senza mirare ad apologie di sorta. In altre parole è un tentativo di comprensione del Memorandum nel contesto storico della Serbia del 1986, e della reazione dei vertici politici (serbi e jugoslavi) ad esso. In sintesi, il Memorandum appare come un sintomo di un malessere della società serba e jugoslava, iniziato con la crisi economica alla fine degli anni ’70 del secolo scorso (sebbene non riconducibile unicamente a questo fenomeno). Un documento che sostanzialmente, nei contenuti, non aggiunse nulla di radicalmente nuovo sulla posizione di alcuni (ben noti) critici del regime. Lo scoppio del caso mediatico nel settembre del 1986, in quanto tale, probabilmente, dovrebbe essere inteso come l’indice di una delle numerose lotte tra le fazioni politiche all’interno della Lega dei comunisti, piuttosto che un efficace tentativo di reprimere la dissidenza. Un documento, infine, che con il senno del poi, è stato additato come il piano d’azione politica di Milošević negli anni successivi. Ma che, in quel 1986, difficilmente avrebbe potuto esserlo. Più realisticamente, alcune idee del documento, ben presenti in parte dell’opinione pubblica in Serbia a metà degli anni ‘80, vennero adattate e cooptate dal regime per ottenere il supporto e la legittimità, in un momento di profonda crisi del regime stesso. Il tutto però avvenne gradualmente e, a seconda delle circostanze del momento, senza cesure immediate. I punti di rottura, della radicalizzazione del clima politico e delle numerose epurazioni dal partito, in questo senso, furono simbolicamente due: l’ottava sessione del Comitato centrale della Lega dei comunisti di Serbia nel settembre 1987 (vittoria del clan politico di Milošević in Serbia, province escluse), e l’adunata ad Ušće del novembre 1988 (icona delle mobilitazioni di piazza contro le legittime dirigenze della Vojvodina e del Kosovo – ed anche della Repubblica socialista del Montenegro – sfociate il 28 marzo 1989 con gli emendamenti costituzionali della Serbia, che ridussero drasticamente l’autogoverno delle due province, e la nota commemorazione a Kosovo Polje del 28 giugno 1989).

Detto ciò, è evidente che la politica perseguita dalla Lega dei comunisti della Serbia nel periodo compreso tra il 1987 ed il 1989, durante la fase della cosiddetta “Rivoluzione antiburocratica”, ha ripreso numerosi elementi del Memorandum, ossia dell’ideologia nazionalista serba. Ed è altrettanto evidente che l’impatto di tali politiche, costituite da una serie di “colpi di stato” (sostenuti da Belgrado) nei confronti dei legittimi vertici politici in Vojvodina, Kosovo e Montenegro, avvenute nel più totale e assordante silenzio dell’Armata popolare jugoslava, e con il tacito interessato assenso delle altre repubbliche jugoslave (eccezion fatta, in parte, per la Slovenia di Milan Kučan, e dell’ideologo croato Stipe Šuvar), contribuirono ad un profondo clima di sfiducia, paura, confronto e radicalizzazione della retorica, sino a giungere al punto di non ritorno del 1991, e dei tragici eventi che seguirono.

Il Memorandum nel suo contesto storico e la reazione dei vertici politici

L’élite politica serba, seguendo il pensiero marxista dell’ideologo jugoslavo Edvard Kardelj (Sloveno, artefice della Costituzione jugoslava del 1974), cercava un’alleanza e l’inclusione degli intellettuali nella sfera politica, alla ricerca di nuove soluzioni alla crisi, in grado di fornire risposte ai nuovi problemi, all’interno del sistema socialista. L’Accademia delle Scienze di Serbia non era certo un’eccezione e fu così dunque che nel corso del 1985, venne formalmente istituita una commissione, dietro invito della presidenza della repubblica serba (presieduta da Ivan Stambolić) al fine di analizzare la situazione economica e sociale della Serbia e del Paese; il frutto del loro lavoro era destinato esclusivamente ai vertici politici della Repubblica (della Serbia). A tale attività, lecita e legittimata dal potere politico, si affiancò una seconda commissione di accademici, legati ad altri circoli intellettuali, ed in particolare al Comitato per la difesa della libertà di pensiero ed al Pen Club, particolarmente attivi nell’ambito dei diritti umani, che solevano tenere riunioni sulla sorte sventurata, (a detta loro), dei Serbi del Kosovo – finendo così coll’essere connotati come nazionalisti; ciò che rendeva la situazione praticamente illecita era il loro essere dissidenti nei confronti del regime.

I servizi di sicurezza jugoslavi (Služba državne bezbednosti – SDB) monitoravano costantemente e con dovizia di particolari i nemici dello Stato, inclusi naturalmente i membri dell’Accademia che avevano preso parte ai lavori della commissione sopraddetta. Secondo il Consiglio federale per l’ordine costituzionale (di fatto il vertice dei servizi di sicurezza), v’era una stretta connessione tra il ‘Comitato per la difesa della libertà di pensiero ed espressione’ e l’Accademia, con lo scopo deliberato di condurre un’opposizione anticomunista. Il gruppo di dissidenti che organizzava le petizioni e le proteste a Belgrado, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni dei Serbi del Kosovo, fu in grado di trovare rifugio sotto l’ombrello istituzionale dell’Accademia stessa. Questo secondo gruppo di intellettuali diede l’avvio ai lavori di una seconda commissione, il cui scopo era quello di produrre un “Memorandum sulla posizione della nazione serba nella cultura e nell’educazione in Kosovo.” I membri della commissione, secondo i servizi di sicurezza, erano: Dobrica Ćosić, Pavle Ivić, Predrag Palavestra, Mihajlo Marković e Dimitrije Bogdanović.[1] Dobrica Ćosić, noto intellettuale serbo, in particolare per i suoi romanzi patriottici, ha sempre negato una sua partecipazione attiva ai lavori della commissione, ed anche i suoi colleghi accademici ed intellettuali hanno avallato le sue dichiarazioni, sebbene fosse a tutti chiaro che, dati i contenuti e le idee del Memorandum, doveva necessariamente esserci stato un suo coinvolgimento, diretto o indiretto. Per la precisione, Ćosić dichiarò semplicemente di aver fornito le sue impressioni sui lavori della commissione[2], ammissione con ogni probabilità volta a difendersi da probabili sanzioni penali da parte del regime.

Nel Settembre del 1986, la dirigenza comunista serba, nell’intento di contrastare il crescente movimento di opposizione, legato al gruppo di intellettuali, lanciò una nuova campagna di propaganda. Milošević stesso ebbe un incontro all’inizio di Settembre con i principali giornalisti e caporedattori della capitale, cercando di coordinare la campagna mediatica.[3] Il 24 Settembre apparve un breve articolo sul quotidiano belgradese Večernje Novosti (notizie della sera), all’epoca quello con la maggior tiratura nella capitale, recante la firma del giornalista Aleksandar Đukanović, che attaccava con toni aspri il Memorandum (sino ad allora del tutto ignoto all’opinione pubblica). Il documento ancora non era stato pubblicato, e formalmente, ad esclusione degli addetti ai lavori e di una ristretta cerchia di politici, nessuno ne era a conoscenza. Essenzialmente il giornalista trasse alcune delle parti più compromettenti, agli occhi del regime, della bozza del testo, bollandolo come libercolo frutto di un bieco nazionalismo. La causa principale dei problemi della Jugoslavia e della Serbia in particolare, secondo gli artefici del Memorandum, era la Costituzione jugoslava del 1974, che avrebbe innescato un grave problema di disintegrazione nel Paese, la cui valenza simbolica era chiara: veniva auspicato un ritorno ad un maggiore accentramento dei poteri (negando così la politica di Tito dell’ultimo ventennio circa).

La versione del documento oggi nota, pubblicata ufficialmente dalla SANU stessa a metà degli anni ’90, è leggermente ridotta rispetto alla bozza originale. Infatti, secondo i servizi, la versione di lavoro era composta di 150 pagine, che vennero ridotte successivamente a 74. Di queste 74 pagine, 30 erano pronte (nella seconda metà di Settembre circa) ad andare in stampa, mentre le 44 rimanenti erano in fase di revisione, e fu proprio allora che Đukanović pubblicò l’articolo. Proprio a breve distanza dall’ultimazione dei lavori per la pubblicazione del documento, venne dunque bloccato dalle autorità,[4] sebbene fosse destinato ad uso esclusivo delle autorità stesse e non del pubblico.

Le reazioni dei vertici politici jugoslavo e serbo non si fecero attendere, incluse quelle di Ivan Stambolić (presidente della Serbia) e Dragiša Pavlović (presidente dei comunisti della metropoli belgradese). Stane Dolanc, a capo dei servizi di sicurezza jugoslavi disse in proposito che:

[il] servizio di sicurezza nella situazione in cui ci troviamo non è nella posizione di far rispettare la legge. Il servizio di sicurezza o i servizi di sicurezza sono nella posizione di far rispettare la legge se qualcuno ubriaco in un’osteria dice “abbasso i comunisti”, abbasso questi, abbasso quelli, noi possiamo arrestarlo immediatamente. Il servizio di sicurezza può applicare la legge se qualcuno scrive in strada o su un muro “Kosovo repubblica” [riferito al separatismo albanese], ma il servizio di sicurezza non può fare nulla contro né [Dobrica] Ćosić, né [Vladimir] Dedijer, né [Kosta Čavoški], e altri quando scrivono una piattaforma sulla distruzione della Jugoslavia.[5]

Probabilmente, Dolanc (per giustificarsi) si riferiva al fatto che la presenza di sentimenti contrari al regime socialista ed alla Jugoslavia fosse un fenomeno talmente diffuso nella società da rendere inefficaci i tradizionali metodi di prevenzione e contrasto adottati dai servizi di sicurezza. Del resto, le idee propugnate dagli oppositori serbi nel Memorandum non erano affatto nuove, dunque è evidente che la censura del regime non fosse in grado di praticare un controllo estensivo sulla circolazione delle idee critiche nei confronti dei governanti. Inoltre, l’iniziativa attuata da Stipe Šuvar circa due anni prima, tramite il Libro bianco (un indice delle opere culturali e artistiche colpevoli di essere controrivoluzionarie, peraltro in gran parte frutto di autori serbi) non diede in concreto alcun risultato.

Milošević, il giorno successivo alla pubblicazione dell’articolo di Đukanović, durante una sessione della Presidenza del partito serbo, affermò che:

…non è una persona normale e assennata [chi crede] che l’intera Jugoslavia possa supportare una linea nazionalista, la linea nazionalista di Dobrica Ćosić e del gruppo dell’Accademia delle Scienze.[6]

Stane Dolanc, Slobodan Milošević e Azem Vllasi non furono sorpresi dai contenuti del Memorandum, ben noti al pubblico jugoslavo sin dalla fine degli anni ’70, bensì dall’audacia nell’organizzare sistematicamente tali contenuti, fornendo a certe idee nazionaliste serbe una forma strutturata con un chiaro intento politico. Milošević tenne volontariamente un basso profilo perché, forse, ritenne opportuno non fare pubblicità alle idee del Memorandum nei confronti dell’opinione pubblica.[7] Milošević voleva così dimostrare che la Lega dei comunisti fosse il reale detentore del potere e pertanto avesse il diritto esclusivo di creare l’agenda politica, in quanto unica istituzione a cui fosse consentito di offrire delle risposte ai problemi socio-politici ed allo scontento popolare. In secondo luogo Milošević credeva, apparentemente, che l’inclusione degli intellettuali nella soluzione della crisi in atto fosse di primaria importanza, perché essi avevano la conoscenza ed il sapere per superare la crisi economica all’interno del sistema socialista autogestito jugoslavo.

A partire dall’autunno del 1986, il silenzio pubblico di Milošević venne, forse erroneamente, interpretato come una forma di assenso del leader serbo alle idee contenute nel Memorandum. In realtà Milošević parve nettamente contrario a tali idee, come si è visto, perché percepiva gli autori del documento come dei potenziali pericolosi rivali politici, che gli avrebbero potuto causare problemi di ordine pubblico a Belgrado e in Serbia.

Va inoltre sottolineato che nel gennaio 1986 (otto mesi prima della campagna contro il Memorandum), Milošević, in occasione della sua candidatura a futuro presidente del Politburo serbo, venne accusato da Petar Živadinović (anch’egli membro del Politburo serbo, impiegato presso la TV belgradese) di aver installato un nuovo direttore (Dača Marković) del Centro marxista di Belgrado in maniera inappropriata, senza seguire lo statuto allora vigente, e senza informare i membri belgradesi del Comitato centrale.[8] Živadinović asserì che in seguito alla nomina del nuovo direttore del Centro marxista belgradese (appuntato da Milošević dopo esser divenuto presidente del comitato belgradese della Lega dei comunisti della Serbia, nel 1984) ossia Dača Marković, la “lotta ideologica” ovvero la propaganda comunista contro gli oppositori ed i dissidenti, ed in particolare gli intellettuali, diminuì, in un momento in cui avrebbe dovuto “intensificarsi” e “crescere.” Curiosamente, Živadinović affermò che nonostante Dača Marković avesse adottato uno stile molto aspro nel criticare i presunti avversarsi ideologici, allo stesso tempo tacque (ben prima del caso del Memorandum) “continuamente sull’Accademia delle Scienze Serba.” Ciò anche quando “vi sono ragioni per criticarla.”[9] Se si considera che all’epoca l’Accademia era considerata complice nel proteggere i dissidenti dal regime, e se si tiene a mente il silenzio in pubblico di Milošević nel Settembre del 1986, si potrebbe ritenere che già dal 1984-1985, Milošević (tramite il direttore Dača Marković) non volesse attaccare frontalmente gli accademici rei di cospirare ai danni del regime. Anche volendo considerare attendibili le affermazioni di Živadinović (che peraltro appoggiava un altro candidato alla Presidenza della Lega dei comunisti della Serbia), resta arduo in base alle informazioni disponibili, affermare che effettivamente Milošević fosse in quella fase esplicitamente colluso con gli accademici e dunque con i dissidenti. Inoltre i sostenitori di Milošević, tra cui vari ex-partigiani, come ad esempio Nikola Ljubičić – eroe nazionale jugoslavo – lo apprezzarono proprio per aver combattuto in egual misura tutti i nazionalismi (incluso quello serbo). In assenza di ulteriori prove, non sarebbero altro che affermazioni puramente speculative ed infondate.

D’altro canto è evidente che almeno dal 1984, due anni prima della stesura del Memorandum, egli condivideva molte delle idee di natura economica sul ruolo deleterio della frammentazione del mercato jugoslavo.[10] Se si considera che Milošević entrò in politica a tempo pieno nel 1984 e che, dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, ricoprì vari ruoli in qualità di direttore di aziende e in ultimo come direttore di banca, inoltre, il fatto stesso che fosse uno dei membri della commissione Kraigher, finalizzata alla soluzione dei problemi economici dell’economia jugoslava, non può stupire dunque la sua condivisione di certe idee economiche volte ad una maggiore integrazione del mercato interno jugoslavo.

Infine, la percezione del fallimento di un modello economico confederale, che avrebbe spinto il Paese a certe forme sorpassate di autarchia, era ben presente nell’ambiente socio-culturale della Serbia degli anni ’80 (in contrasto con altre idee e percezioni nelle Repubbliche nord-occidentali, come la Slovenia e la Croazia). Il Memorandum dunque, come accennato in precedenza, non aggiunse o affermò nulla di nuovo o inusuale nel discorso culturale della Serbia di quel tempo. L’attacco contro l’Accademia serba e certi accademici in particolare, fu probabilmente un “danno collaterale” della propaganda ideologica comunista contro un’opposizione embrionale al regime. Fu inoltre, il probabile esito di una strisciante lotta tra fazioni politiche interne alla Lega dei comunisti stessa, che si dispiegheranno con forza nel 1987. Nei mesi successivi, durante la primavera del 1987, Milošević delineò una strategia politica che riscosse un ampio successo in termini di consenso e legittimità: una politica demagogica, il cui perno era la situazione dei Serbi del Kosovo.

Christian Costamagna

[1] ARS, AS 1589/IV, CK ZKS, t.e.1329, Magnetogram skupne seje P SFRJ in P CK ZKJ-28.10.1986, allegato redatto dal Savezni Savet za Zaštitu Ustavnog Poretka, “Neki političko-bezbednosni aspekti pokušaja organizovanih grupnih dolazaka srba i crnogoraca iz SAP Kosova u Beogradu”, Beograd, 15 Jul 1986, p. 6. Secondo i servizi di sicurezza jugoslavi, il fervore degli intellettuali nazionalisti di Belgrado era in prima istanza volto ad attaccare il socialismo in Jugoslavia, anziché mosso dal loro reale interesse per le sorti dei Serbi del Kosovo, p. 4. Ćosić, Palavestra e Bogdanović all’epoca – autunno 1986 – non vennero menzionati dalla SANU. Cfr. Audrey Helfant Budding, Serbs intellectuals and the national question, 1961-1991 (Tesi dottorale, Harvard University, 1998),  p. 311.

[2] Cohen, Serpent in the Bosom, cit., p. 58.

[3] AS, P CK SKS, k. 518, Deveta Sednica Predsedništva Centralnog Komiteta Saveza komunista Srbije. Beograd, 25. September 1986 godine, p. 21/3.

[4] ARS, AS 1589/IV, CK ZKS, t.e.1329, Magnetogram skupne seje P SFRJ in P CK ZKJ-22.10.1986, [Discorso di Stane Dolanc, capo del Consiglio federale per la protezione dell’ordine costituzionale], p. 30. La sezione (sulla questione socio-economica), pubblicata a Londra nel Novembre/Dicembre 1986, era composta da circa 25 pagine (la parte sulla nazione serba era di 23 pagine circa), cfr. Mihailo V. Mikich (ed.), Memorandum Srpske Akademije Nauka i Umetnosti (London: Biblioteke Svetosavlje Novembre/Dicembre 1986, http://icr.icty.org). La sezione socio-economica del Memorandum pubblicata dalla SANU nel 1995 è composta da 26 pagine (la parte sulla nazione serba è di 23 pagine), cfr. Kosta Mihailović, Vasilije Krestić, Memorandum of the Serbian Academy of Sciences and Arts. Answers to criticism (Beograd: SANU, 1995). Si può ragionevolmente ipotizzare che la parte che allarmò i censori del regime fu proprio quella dedicata alla posizione della nazione serba in Jugoslavia e non quella legata agli aspetti economici.

[5] ARS, AS 1589/IV, CK ZKS, t.e.1329, Magnetogram skupne seje P SFRJ in P CK ZKJ-22.10.1986, [Discorso di Stane Dolanc, capo dei servizi di sicurezza jugoslavi ovvero del Consiglio federale per la protezione dell’ordine costituzioanale], p. 27.

[6] AS, P CK SKS, k. 518, Deveta Sednica Predsedništva Centralnog Komiteta Saveza komunista Srbije. Beograd, 25. September 1986 godine, p. 22/3.

[7] Dejan Jović spiega chiaramente che Milošević “credeva che l’opposizione non andasse trattata come un partner” cfr. Dejan Jović, Yugoslavia: a state that withered away (West Lafayette, Indiana: Purdue University Press, 2009), pp. 252-253.

[8] AS, P CK SKS, k. 431, Neautorizovane Magnetofonske Beleške sa 114. Sednice Predsedništva Centralnog Komiteta Saveza komunista Srbije, Održane 24. i 25. januara 1986. Godine,  p. 28/1.

[9] AS, P CK SKS, k. 431, Neautorizovane Magnetofonske Beleške sa 114. Sednice Predsedništva Centralnog Komiteta Saveza komunista Srbije, Održane 24. i 25. januara 1986. Godine,  p. 28//5.

[10] Politika, 24 Novembre 1984, p. 4. Sulla frammentazione del mercato jugoslavo cfr. Marijan Korošić, Jugoslavenska kriza (Zagreb: Naprijed, 1989), pp. 70-78.

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Edizione ufficiale, con una lunga introduzione critica, del Memorandum, e delle reazioni ad esso, pubblicata dalla SANU nel 1995, in lingua inglese. Foto dell’autore.

 

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RUSSIA & SERBIA: non banalizziamo le comparazioni

Riprendo di seguito alcuni commenti che ho scritto ad un lettore di East Journal. Spero possano servire per una riflessione più ampia.

Caro Ivan, comprendo la tua analisi da un punto di vista della realpolitik o, molto più banalmente, dei rapporti di forza tra le grandi potenze verso piccoli territori. E’ indubbiamente vero che Putin nel 2008 sostenne che il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo avrebbe creato un grave precedente. Tuttavia, a mio modo di vedere, occorre fare dei distinguo. Nel 1999, al potere, a Belgrado, c’era Milosevic. La politica di Milosevic nei confronti del Kosovo e delle altre repubbliche jugoslave, ha contribuito a fomentare l’escalation dei conflitti (non fu l’unico). In particolare, durante la guerra in Bosnia ci furono oltre 100mila morti. Il conflitto in Bosnia è terminato nel 1995. A partire dal 1998, nuovamente c’era un elevato conflitto in Kosovo tra ribelli albanesi e truppe serbe. Il rischio di nuovi massacri e di nuovi sfollati e profughi era molto elevato, di fatto stava già avvenendo nell’inverno 98/99. Gli albanesi in Kosovo erano ampiamente discriminati dalle autorità di Belgrado.

Definire affrettato il riconoscimento dell’indipendenza nel 2008 da parte dell’Occidente, considerando le dinamiche in atto (in Kosovo, appunto) dal 1981 al 2008, mi pare non renda appieno l’idea. Cos’altro avrebbe dovuto fare la Comunità internazionale per cercare di risolvere il nodo gordiano venutosi a creare sul terreno? Se ne è discusso, senza esito, per un intero decennio. Detto questo, in Crimea, invece, non mi risulta che la popolazione russa fosse vessata, vittima di apartheid, uccisa, scacciata dalle proprie case in massa e così via. Al di là della legittimità o meno del riconoscimento, che non ha nulla a che vedere con il diritto internazionale bensì rispecchia, appunto i rapporti di forza, paragonare il supporto ed il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo con quella della Crimea mi pare fuorviante. In una battuta: il governo di Kiev non ha discriminato e represso per vent’anni i russi in Crimea. Il governo di Kiev non ha alimentato per una decade conflitti in stati limitrofi. Peraltro, nessuno stato ha annesso il Kosovo, ad esempio, all’Albania, mentre invece la Crimea è stata subito annessa alla Russia. Anche la Cecenia potrebbe essere una sorta di Kosovo, però Mosca ha avuto la forza e i deterrenti nucleari per evitare ciò che è accaduto a Belgrado (bombardamenti da parte di un’alleanza straniera, occupazione e distacco di parte del territorio nazionale).

In tutto ciò credo rientri anche una dimensione etica, morale, di valori. Per farla breve, è meglio vivere in un regime politico come quello dell’Europa occidentale, dove il cittadino gode, tutto sommato, di notevoli diritti e tutele, oppure nel regime russo retto da Putin? Da un punto di vista prettamente relativistico, potrei dire che ognuno è libero di scegliere il modello favorito.

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E’ vero, Milosevic non nasce nazionalista. Milosevic era un pezzo dell’apparato comunista jugoslavo. A partire dal 1986, con una forte accelerazione tra il 1987 ed il 1988, per timore di perdere legittimità e consenso, coopta e avalla le istanze dei serbi del Kosovo, che sostenevano di essere spinti all’emigrazione a causa di vessazioni compiute da parte degli albanesi (vero in parte). Ne parlo diffusamente qui.  Sebbene Milosevic in una prima fase intendesse salvare il regime socialista, per quanto non fosse diventato all’improvviso un cetnico, all’atto pratico, promosse e permise delle politiche di chiara impronta nazionalista. E’ sufficiente vedere quanto è accaduto in Kosovo, Croazia e Bosnia.

In secondo luogo, storicamente, il concetto di nazionalismo e socialismo reale vanno spesso a braccetto. Da ciò ne deriva che Milosevic non è diventato nazionalista quando le organizzazioni terroristiche (come tu le definisci) sostenute da alcuni membri NATO e dalle Monarchie del Golfo hanno iniziato a destabilizzare la Jugoslavia. E’ accaduto almeno 4 anni prima. La Jugoslavia si è destabilizzata da sola.
Quando lo stato Jugoslavo, a causa delle divisioni interne, è diventato una carogna, sono iniziati a giungere gli avvoltoi dall’estero, ma come conseguenza, non come causa. Insomma, quando il problema jugoslavo era troppo grave per non essere internazionalizzato. Inoltre una puntualizzazione: gli avvoltoi non provenivano solamente dall’Occidente o dal Medio Oriente, bensì anche da Mosca, come Igor Strelkov e compagni dimostrano. Un conflitto è come un magnete per gli squilibrati e i folli. Detto ciò, è evidente che sussistano delle responsabilità anche da parte di altri attori locali: penso a Tudjman, ma non solo. Belgrado, negli anni ’90, ha agito e reagito, si è comportata con l’arroganza di una grande potenza senza esserlo. La violenza di stato e la repressione verso le minoranze etniche, in Serbia ma anche in Croazia o nel resto del mondo, per quanto mi riguarda, sono immorali.
Le politiche adottate da Milosevic a partire dal 1991 circa, e proseguite sino alla sua fine politica nel 2000, hanno destabilizzato l’Europa, creando flussi di profughi, morti, operazioni umanitarie ONU (rammento che i serbi di Bosnia presero in ostaggio i caschi blu). Gli Stati Uniti, e non solo, almeno sin dal 1995, per porre fine allo strazio che si consumava quotidianamente nei Balcani (l’opinione pubblica, sensibilizzata dai media sulle carneficine, premeva per un cambiamento dello status quo; Clinton temeva di perdere le elezioni a causa di una scarsa credibilità, anche sul piano internazionale), meditavano su come neutralizzare i politici serbi, nell’impedire loro di fomentare la guerra. I serbi si sentivano dalla parte della ragione, perché si difendevano dagli ustasa, dai terroristi islamici in Bosnia e terroristi irredentisti/separatisti in Kosovo.
Milosevic, nel corso degli anni ’90, e marcatamente nel 1998-2000, mutò nuovamente: emerse il suo aspetto spiccatamente anti-imperialista (non è un caso che nel 1999 Bossi e Cossutta andarono a Belgrado, sostanzialmente lo stesso spettro politico che oggi sostiene Putin in Italia, fatto salvo che il M5S ancora non c’era). Il discorso di fondo era che la Serbia, sanzionata dall’embargo ONU, bombardata dai “nazisti” della NATO, combatteva sola contro tutti (un po’ come l’Italia fascista se vogliamo, però più isolata perché l’Italia aveva l’alleato tedesco).
Tu giustamente mi citi il fatto che per gli Stati Uniti l’UCK era un’organizzazione terrorista: è vero. Quante volte nella storia, per opportunismo o necessità, si è fatto ricorso a organizzazioni di dubbia moralità, per ottenere un fine percepito come alto e nobile? Pensiamo all’utilizzo della mafia in Sicilia da parte degli USA durante la Seconda guerra mondiale. Oppure all’uso di terroristi islamici in Afghanistan contro i Sovietici. Al fatto che nell’ottobre del 2000 vi fossero ad incendiare il parlamento jugoslavo anche gli hooligan e varia teppaglia da stadio. Però, scusa, Milosevic non ha forse utilizzato in Bosnia e Croazia un criminale come Arkan? (salvo poi farlo fuori nel gennaio 2000, assieme ad altre persone scomode). Dov’è la levatura e superiorità morale di Milosevic rispetto all’Occidente? Gli USA hanno utilizzato l’UCK per destabilizzare Milosevic, che a sua volta destabilizzava i Balcani da un decennio.
A partire dalla risoluzione 1244, sino alla proclamazione dell’indipendenza nel 2008 prontamente riconosciuta dall’Occidente, è trascorso un decennio di impasse e frustrazioni. Ricorderai frasi come “il Kosovo buco nero d’Europa”, “Kosovo stato mafia”, il “Kosovo è Serbia” con Kostunica che, cocciuto come un mulo, fomentava quotidianamente l’informazione e l’agenda politica, dimenticando i gravi problemi dell’economia serba. Gli albanesi del Kosovo, dal canto loro, inebriati dal supporto americano, si sono visti a un passo dalla vittoria, ossia l’indipendenza da Belgrado. Cosa importava a loro di “massima autonomia all’interno della Serbia, tutto meno l’indipendenza, facciamo come in Alto Adige” e così via? Dalla risoluzione 1244 in poi, è stato un muro contro muro, nessuno voleva cedere perché altrimenti le elites politiche temevano di perdere credibilità e supporto negli elettori (in quanto “traditori della patria”).
L’Occidente, esasperato, ha forzato la mano nel 2008. Però, da allora, lentamente, grazie alle pressioni di USA/UE, addirittura Dacic e Thaci si incontrano con la Ashton, parlano, discutono, si stringono la mano. Parlano di problemi concreti. Ti pare poco? Per la prima volta, anziché odiarsi, uccidersi, screditarsi, dialogano. Giustamente parli dei serbi del Kosovo e della loro situazione a partire dal 1999. È vero, non se la passano bene e sono intimiditi. Molti se ne sono andati. Ma non è solo per quello, è dovuto alla disastrosa situazione economica del Kosovo. Tuttavia la comunità internazionale è da decenni che cerca di ricostruire il tessuto sociale (pensa a quante ONG si occupano a tempo pieno solo di far dialogare serbi e albanesi).
Per quanto riguarda l’eventuale rispetto dei diritti dei russi in Ucraina/Crimea senza l’intervento di Mosca, non ho una risposta certa. Posso semplicemente domandarmi se realmente Kiev aveva l’intenzione e l’interesse ad inimicarsi sfacciatamente Mosca discriminando i russi in Crimea.
Putin ed il consenso di cui gode rispetto ai leader occidentali: vero, però anche in questo caso è un tema complesso. Di norma, anche i dittatori più feroci, godevano di una certa legittimità. Anche Mussolini ha goduto del consenso di milioni di italiani. Ancora oggi, in Italia, chi grida di più e fa appelli emotivi, tende ad avere un discreto consenso nella popolazione (sommando i più virulenti, oggi in Italia arriviamo forse al 30% degli elettori, se aggiungiamo anche quelli che promettono protesi dentali, ci aggiriamo sul 50%). Il consenso e la legittimità sono fondamentali, su questo non ho dubbi. Il problema è su quali istanze si debba fondare questo consenso. Fondarla su stereotipi, razzismo, discriminazioni non mi pare un buon punto di partenza.
Sulla verità preferirei non esprimermi. Partirei con una modalità più soft: interpretazioni plausibili di eventi, fondate su fonti attendibili. Il resto è opinione non informata oppure una supponenza di natura fideistica o dogmatica.

 

 

Kosovo War: framing the narrative

Who has the power to frame the narrative? Why public history and memory are being distorted? A good example of this logic happened last week, on occasion of the 15th anniversary of the so called Operation Allied Force.

 A Great power, after the recent events in Crimea, thought it was convenient to exploit that anniversary. The crisis in Ukraine left the Balkans in a dilemma, especially in Serbia, and affected the internal issues in Bosnia. The most striking case is a video-documentary produced by Russia Today, titled “Zashto? Why?”, while it is not the only one.

zasto

On the Western side, Oana Lungescu’s retweet (she is a NATO spokeperson) of a controversial image “lauding NATO’s air war against Serbia”, offended Serbia’ authorities. While a single retweet can hardly be put on the same level of a pervasive media campaign, like the one held by Russia, the temptation to frame the narrative, for egoistic reasons, is real. More often than not, this happen without offering to the reader a proper historical background, picking up just what is more convenient.

 nato

It is understandable that Serbs and Albanians have quite different narratives of the Kosovo War. It is also clear why Russia or America do not share the same interpretations of that historical event. Anyway, beyond partisanship and rivalries of competing communities, is it possible to make sense of that story?

I have already mentioned an arbitrary interpretation of what led the American administration, in 1999, to intervene in Serbia. While it is probably easier to get the reasons of Slobodan Milosevic in defending the territorial integrity of Serbia, and the reaction of Kosovo Albanians to protect their lives, looking for independence from Belgrade, it is less immediate to grab Washington’s stakes in that fight. To say, Milosevic could easily defend the thesis, in the eyes of the Serb population, that the Albanian terrorists were killing Kosovo Serbs. For the late Serbian leader, this position gave him enough political legitimacy to stay in power.

What then about America’s interest? At the time, in 1999, to put it simple, the rhetoric was that the human rights are more important than a nation’ sovereignty. So the West, after what happened in Bosnia, had to stop another humanitarian crisis in the Balkans, with or without a UN resolution. Let aside some even more trivial thesis, one of the most popular unproven interpretation was that Bill Clinton needed a war in order to “cover” the sexgate, from the eyes of the American public opinion. I have previously expressed my skepticism about this thesis, so I would like to approach the problem from a different perspective.

I would like to make a brief comparison between what led Washington to the Dayton agreements in 1995, with the decision to intervene in Kosovo in 1998/1999. I will try to advance an hypothesis, adopting, once again, some newly released documents, held by the Clinton Presidential Library.

The basic idea, is to try to isolate the internal and external reasons who pushed Bill Clinton to take action in that specific moment, and not before or later. I will adopt a few documents like this one:

 1

While the US were developing a “Bosnia Endgame Strategy” (a peace plan) in July 1995, the eventual bombing of Serbia, was already a remote possibility, as Sandy Berger wrote in his Memorandum to Madeleine Albright and others, under the Regional containment strategy:

Reinforcing UNPREDEP in Macedonia to deter Serbian border encroachments and a new crackdown in Kosovo, together with a reaffirmation of our warnings to Milosevic regarding air strikes against Serbia in the event he provokes armed conflict in Kosovo

 

2

 

To be continued…

Clinton, Kosovo and Historical Sources: handle with care

Yesterday, the Serbian newspaper Kurir, titled an article “Confirmed: Clinton bombed Serbia because of Monica Lewinsky”. The author(s) of the article does mention, without quoting it, another article of the New York Times. NYT quoted some newly released archival documents from Bill Clinton’s Presidential Library (I already wrote about it last February). Kurir’s “masterpiece” obtained more than 1,000 “likes”, and more than 100 readers’ comments. With a sensationalistic style Kurir takes for granted something that it is not, mixing half truths with pure speculations.

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Indeed, Kurir describes the content of a memo prepared by Minyon Moore, Bill Clinton’s public liaison, suggesting how “to rebuild public confidence in the president” and gain new support and confidence in the American people shortly after Monica Lewinsky’s scandal. Actually this information is true, as it is possible to read in the original source (p. 395 of the *.pdf). Unfortunately, the Serbian tabloid, without any piece of evidence, states that Clinton, in order to solve his scandal, had to destroy Milosevic’s regime and needed to bomb Serbia in 1999 (the so called Kosovo War). This is a typical mistake that would be unacceptable for historians, to use a mere deduction as a clear proof for a thesis (e.g.: Clinton bombed Serbia because of the sexgate).

So Kurir is connecting a half truth, the need of Clinton’s administration to “rebuild public confidence in the president”, with an inference, something that was already alive in the mindset of certain Serbs, since 1999: that the American president needed a “fake war” in order to distract the public opinion from his scandal with Ms Lewinsky. We can call it the “Wag the Dog” syndrome. Or just a conspiracy theories mentality.

To be sure, the rest of the above mentioned Kurir’s article talks about the role of the USA in helping (with money and media support) the opposition in Serbia to overthrow Slobodan Milosevic and his regime. According to the published sources, this is true. First of all this is not really something new. But then, the real problem, that the author of Kurir’s article does not even mention, is what led the American administration to spend money in order to support the Serbian opposition. While America’s direct interference in the political life of a sovereign nation like Serbia (at the time it was called Federal Republic of Yugoslavia) may rise many legitimate questions, at least we should remember that Clinton’s administration, in 1998, tried to “avert a humanitarian catastrophe in Kosovo promoting a political settlement”. After all what happened in Croatia and Bosnia and Herzegovina.

Beyond perceptions: Russia and Serbia

Perceptions are important, but we need to put in context the events.

Former US Ambassador in Moscow (1987-1991), Jack Matlock, said that “Russian President Vladimir Putin is acting in response to years of perceived hostility from the US, from eastward expansion of NATO to the bombing of Serbia to the expansion of American military bases in eastern Europe”.

Ambassador Matlock most probably is right about Russia’s perceptions, but the problem is reality, or, at least, the perceptions of non-Russians. Talking about Russian feelings about their national interest, in his interview (look at 13:40-15:00 of the video) he argues, among other things, that NATO bombing of Serbia, a country that did not attack any NATO country [true, but Serbia’s politics did affect directly NATO’s countries], and the detachment of Kosovo from Serbia [yes, but Kosovo is still under UN resolution 1244] are very relevant today.

ambasciatore

Nevertheless, before NATO bombing in 1999, we had a tragedy called Bosnian War, 1992-1995, with more than 100,000 casualties and, in 1995, at least 1.2 millions Bosnians internally displaced. Still at the end of 2001:

roughly 650,000 Bosnians remained uprooted as a result of the ethnic conflicts of the 1990s. These included about 210,000 Bosnian refugees outside the country in need of durable solutions and about 438,500 internally displaced persons inside Bosnia.

While the (real) war started on Croatian soil in 1991, we had to wait 4 long years before US decided to broke a peace agreement in Dayton. In the meantime, the so called international community sent UN troops and various aids to the civil population, without taking a position, and letting happen Srebrenica and other atrocities.

Notwithstanding speculations and conspiracy theories, notwithstanding the international law, the (virtual) sovereignty of countries, what was the alternative? To let happen, after a few years, the same atrocities, with thousands of victims, displaced persons, refugees, once again? To risk a civil war in Macedonia? What did Russia’s government?

On March 24, 1999, Primakov was heading to Washington, D.C. for an official visit. Flying over the Atlantic Ocean, he learned that NATO started to bomb Yugoslavia. Primakov decided to cancel the visit, ordered the plane to turn around over the ocean and returned to Moscow – it was called Primakov’s loop.

This is just a piece of example about the “perception” of the US administration at the time (click on the below image to enlarge it):

kosovo

It states: “averting a humanitarian catastrophe in Kosovo and promoting a political settlement”. After all what happened in Croatia and Bosnia and Herzegovina, it was at least a reasonable point of view. Bill Clinton did not have a plan to annex Kosovo to the USA, as someone else did recently with Crimea. Finally, Kosovo did not merge with Albania, as Republika Srpska did not merge with Serbia. If the USA had wanted to go eastward expanding NATO, they could have settled peace, forcing the situation on the ground, well before 1999. They could have done it in 1992 or even 1991. But they did not.

Would Russia destabilize the Balkans?

Last Sunday, SNS won the political elections in Serbia, obtaining 157 seats out of 250. While the new executive is going to be formed by the 1st of May, it is already rising the question if the new power may develop into a semi-authoritarian form of government, like in Hungary.

What has to do Russia with SNS? In 2011, now former Russian Ambassador in Serbia, Aleksandr Konuzin, endorsed SNS during a meeting in Nis, saying “‘the SNS has become one of the chief indicators of the mood of Serbian citizens”. This happened one month after another controversial event, when Konuzin said Serbs “are not defending enough interests of their compatriots in Kosovo”.

Other rumors about Konuzin interference in Serbian internal policy raised again in 2012.

What has to do Russia with Serbia? In 2009, articles appeared about a new Russian base in Serbia, in Nis, defined as a Joint Serbian-Russian Centre for Reaction to Emergency Situations. While it was meant as a centre for natural catastrophes, like forest fires, serious speculations emerged about a real strategic Russian interference in the Balkans. Moreover, it is very close to USA military base in Kosovo, Camp Bondsteel. In 2011, the agreement between Serbia and Russia was finally signed.

And Bosnia? According to former high representative, Lord Paddy Ashdown, Russia is meddling in Bosnia and Herzegovina. In the meantime, in Republika Srpska, Milorad Dodik is hailing Crimea secession.

The US Embassy in Sarajevo is warning against any possible parallel between Crimea and Republika Srspka as inconsistent. Bosnia and Herzegovina can’t split, Dayton agreements must be respected.

The question is: would Russia destabilize the Balkans? That’s an intriguing question to be asked during the First World War Centenary.

Christian Costamagna

Yugoslavia’s dissolution; hypothesis and considerations.

Christian Costamagna

 

Structures of Governments & Nationalism

                                  

As the ancient philosophers, we could imagine the structure of power in the human societies as a pyramid:

 

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At the apex we have a Monarch. Then, in the middle, we have the Optimates. At the base there is the people. One single form of government could be prevailing (eg. a Monarchy), but the power could be also shared, so in this case it is called a mixed form of government.

These forms of governments could be called:

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Let’s now apply this model to Socialist Yugoslavia, a form of authoritarian government:

 

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We could suppose, in this artificial simplified model, that the form of government, in Socialist Yugoslavia, was formally mixed, composed of all three forms, although the “monarchy” level (Tito) prevailed over the other two.

After the death of Tito in 1980, the power shifted to the “Aristocracy” level of analysis.

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Along the 1980s, the social and economic crisis was eroding the legitimacy of the leadership of the Party.

Moreover, “the people”, groups of ordinary citizens, together with the intellectual elite “non conformist” or openly dissident toward the political elite who held the power, they were raising new demands, new hopes: more often than not, they were questioning the power.

New ideas and needs in the society, old problems were surfacing again. The opponents of the Socialist system, seen as democrats (or may be just useful anti-communists) by the West, were supported by the Free world in order to erode the socialist regime. Most of those “democrats” or simply “anti-communists”, and in particular the more prominent with a more visible impact, were nationalists (like Vojislav Kostunica). On the other hand, the West supported the regime with financial help. This was, at the time, the best form of anti-Soviet propaganda (to have a Socialist heretic country like Yugoslavia).

Serbs in Kosovo, during the 1980s, felt they were victims of genocide, committed by Albanians. Albanians wanted Kosovo to be formally a Yugoslav republic, and not just a province of Serbia. Slovenes thought they were exploited financially by the “southerners”. Moreover they were teased by the presence of Bosnians and Serbs working in Slovenia. Also Croats felt quite uncomfortable in Yugoslavia. It is enough to remind the role of the Croatian expatriate communities toward the Yugoslav state. All of this happened in a period of high unemployment and inflation.

Essentially, every people of Yugoslavia felt exploited. They wanted more social justice, equality, more participation. In the 1980s, the “fruit” was ready to be “plucked”.

Here comes the fracture into the elite, the Yugoslav “Aristocracy”.

 

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A part of the Socialist regime elite, like Slobodan Milosevic, understood that in order to gain legitimacy and save the regime, the best option was to adopt and adapt the general discourse prevailing the Serbia in the 1980s: and this was Serbian nationalism. This form of Milosevic’s populism later became a plebiscite of the Serbian nation in his favour. Somehow Milosevic political thought is not so distant from Machiavelli’s one. The “prince” should listen to the desire and wishes of the people. On the other hand, politicians like Ivan Stambolic or Stipe Suvar (as Francesco Guicciardini was opposed to Machiavelli), were in favor of an aristocratic/optimate form of government (the oligarchy of the League of Communists and its elite). Last but not least, Milosevic’s political thought could be framed as an “anti-imperialist”. The problem is: should we approach the study of Yugoslavia with the post-colonial approach? (http://www.postcolonial-europe.eu)

In other Yugoslav republics, the communist leaders avoided such a strategy, while Milan Kucan, in a sober manner, simply adopted many issues of the Slovenian opposition. The non-communists leaders, in all the Yugoslav republics, before and after the fall of the regime, adopted usually an outspoken nationalist and possibly populist political style and method.

This wave of nationalism(s) in Yugoslavia was inspired, may be, with the best intentions: for democracy, for social justice, equality, emancipation, participation. Every leader adopting this strategy claimed to be simply defending his “people” against the others. On the other hand, it was a way, for the political elite, to stay in power or gain power and legitimacy.

In this sense, it is possible to say that:

1)     Nationalism is empowering the people – it cut virtually the distance with the “aristocracy” (political elite and elite in general). An example: Milosevic’s Anti-bureaucratic revolution 1988-1989.

2)     Nationalism (like populism) could often be a victim of (an easy) demagogy. It could be labeled as a way in order to get rights, power. The power to do something, to have something. This power could be the power to be free from slavery, oppression.

3)     Democracy, per se, is just an empty word. Every democratic regime, in a state, has its own “aristocracy” or may be “oligarchy”. It was so in Socialist Yugoslavia. What distinguish the political elites is the relation with the “people”, the citizens”, is the way of conduct of this elite. The “aristocracy” can co-opt the best individuals on merit, it can give rights to the citizens. But it can also be “closed”, corrupted. In the latter case it could be deaf to the requests of the society at large, asking for more justice, more rights, the respect of the human rights.

4)     After the French revolution, the complex of values, the quest of rights, democratization, walked along with nationalism and populism.

5)     Nationalism could be considered a subordinate sentence, whereas the main sentence is made of “power” and “form of government” in the society.

Does democracy means nationalism?

The scholar work done in the past 20 years about the area of Western Balkans was mainly aimed at finding an explication to the dissolution of the Socialist Federal Republic of Yugoslavia and the following decade of wars. Not rarely those works were biased and based, as it is typical of “instant history”, on limited sources.

The above mentioned scholarship is often devoted to the study of contemporary political history. Left aside the war related topic, the dissolution of the state became very soon popular and disputed. I will not here, once again, try to summarize the various and many theoretical approaches to the topic, because I assume they are already well known. I can mention here the work done by Jasna Dragovic-Soso[1] for a general overview. It is natural that there are so many possible explanations, like cultural, economical, personalities, external factors, the 1974 Yugoslav constitution and many others. It just depend by the point of view, the methodological approach of the scholar.

Moreover, in the last few years, after the “War in the Balkans” topic seems retreating from bookstores’ shelves, even in the English language scholarship there is a renewed interest in the more sociological/culture aspects of Socialist Yugoslavia: Yugoslavia’s Sunny Side – A History of Tourism in Socialism 1950s-1980s edited by Hannes Grandits and Karin Taylor (2010), Bought and Sold: Living and Losing the Good Life in Socialist Yugoslavia written by Patrick Hyder Patterson (2011) and Remembering Utopia, The Culture of Everyday Life in Socialist Yugoslavia, edited by Breda Luthar and Marusa Pusnik (2010), just to quote a few.

From my personal point of view, in the field of historiography there is one basic methodological assumption: there is a fast track, and it is typical of political History, administrative institutions, and it can even change overnight (the events). It can be labeled as microhistory. Then there is a cultural dimension, bounded to the values of a human society, and it takes years or generations before it can change radically. This can be called longue durèe. Of course in between those two temporal dimensions we can imagine another one, that of ideas, “the spirit of the times”, that like a virus, can spread from a continent to another, especially in the younger generations.

I believe that the existing scholarship about the dissolution of Yugoslavia is partly characterized by a general misunderstanding: there is a competition and confusion about the main factor who led to the dissolution of the state, ranging from the ancient hatred of the Yugoslav nations to the German/Vatican recognition of the independence of Slovenia and Croatia. This situation is conditioned by the feelings toward what once used to be a country, those who miss it (yugo-nostalgia), and those who think it was an artificial construction desired by Western powers.

I propose a very simple subdivision in four categories:

  • Regime change in 1990 (not well covered in the scholarly literature)
  • Yugoslav state dismemberment in 1991
  • War
  • Internationalization of the conflict – Western (non)intervention

This sort of conceptual map can help to distinct the main steps in the dissolution of the Yugoslav state, considered in what I called above the “fast track” of History, the time span related to a short elapse of time and the changes that can happen in the administrative institutions of a state.

Still, there is one element that must be added to the dissolution of the Yugoslav state, and I think it was overlooked by many because it is politically incorrect according to the values of the Western Society: from the theoretical point of view, democracy (here intended as the multiparty elections held in 1990 in the various Yugoslav republics), with the victory of nationalist oriented political parties, put an end to the (con)federal state. The simple message is: Yugoslavia could not be democratic. Is this position really sustainable by sound facts?

Of course it is well know that Yugoslavia, as state, was basically since the beginning plagued by nationalism, and to say that this multinational state was destined to dissolve, soon or later, is clearly determinist and disputable: I reject the determinist point of view. On the other hand, assuming that a multinational state can function just under a kind of dictatorship and a dictator (like Josip Broz Tito) is as well objectionable.

Even so, from the comparative point of view, after the fall of the Berlin wall[2], in Europe we had indeed three multinational socialist federations crumbling down into small pieces, and, by contrast, the two German states reunited. Moreover, overstretching the comparison, even Belgium, today, continues to have governance problems related to its multinational character. Nonetheless it still exist on the political map, like Bosnia and Herzegovina.

Coming back to Yugoslavia, and in particular to Socialist Yugoslavia, we should ask why multiparty democracy should have destroyed a multinational (con)federation. In the case of Yugoslavia, democratic oriented dissidents were quite different from the rest of Eastern Europe; even so their form of disagreement existed, had a role in the development of the events before and after the 1980s. The Western democratic or at least non socialist values, in Socialist Yugoslavia, were nurtured and propelled by two main actors: the intellectuals in the field of the humanities and the churches. The Yugoslav dissidents, non communists, democrats, were essentially confined into the boundary of their nation (Serb, Croat, Slovene…). There was, in the mind and public discourse of the Yugoslav dissidents, a sort of equivalency between Yugoslavia (as concept) and communism, communism and absence of freedom. On the other hand, democracy was imaginable just inside a single nation. That is why I said that democracy, under such conditions, led to the dissolution of the Yugoslav state in 1991. There was clearly a deep, non negotiable, antagonism in the new Yugoslav leaders, from Ljubljana to Belgrade (here I consider Slobodan Milosevic as an ancien regime’s member, who got new legitimacy using demagogy and populism; in this sense, compared to the other Yugoslav communists, he was “new”). I am aware that there were also other intellectuals, like Predrag Matvejevic, that were in favor of a democratic Yugoslav state; still, like the federal prime minister Ante Markovic in 1990 and his political party, they had no real appeal on the people, no grass roots support.

Paradoxically, the democrats, “philosophers who became kings”, were the political leaders closer to the instances and wishes of the people, were or became against the Socialist system, exploited demagogical tricks, and led Yugoslavia, as a political community, to its end. I am not, here, extending this single case to an absolute truth, valid in each instance. I am simply trying to explain why this happened to Yugoslavia after the end of Socialist regime. Actually there was in Yugoslavia a real conflict of mentalities, ranging from the most open and western oriented in Slovenia, like the ecological or pacifists movements in Slovenia, to the close and paranoid mentality prevailing in the Yugoslav People Army, a mentality who considered any influence of the West as a “special war” against the country (like in the case of general Veljko Kadijevic). From a certain point of view, the highly contested work of Samuel Huntington, The clash of civilizations, can appear less provocative than it was thought to be.

Actually, the very same balance between freedom/democracy and absence of freedom/authoritarian system even today is not so clear and undisputed. The so called “democratic deficit” in the European Union, in the context of the demagogical refuse of Euro and Europe by the radical parties and movements, especially during a period of crisis, could be an indicator of the need of non democratic instruments for the governance (like the League of Communists of Yugoslavia in order to keep the country functioning).

After this theoretical digression, coming back to the dissidence in Yugoslavia, it should be questioned how was it possible to happen? Where was located the reservoir of dissidence, democracy and nationalism in Yugoslavia? As stated above, the main bastions of resistance to  Socialism were clearly the institutions related to the national identity, like cultural associations and religious ones.

In this conceptual framework, considering the short lived post Socialist Yugoslavia (1990-1991) as a political community tore apart by democracy, made up of nationalist oriented dissidents, could lead us to explore a new possible field of research, what I called above the “cultural track”, the slower one.

Did democracy destroy Yugoslavia?

Did democracy destroyed Yugoslavia? Could Yugoslavia survive without an authoritarian regime? Is it possible to advance a new interpretation of the dissolution of SFRY adopting the “classical” canon for the best form of government?

If we accept this interpretative frame, after the death of the monarch Josip Broz Tito, the optimates (the communist elites), during the 1980s, came into conflict in order to fill the gap of political legitimacy. Milosevic became a “plebeian tribune”. In the context of a multinational state, nationalism, in Gellner’s meaning, became the engine for enhancing people’s support towards the leadership. It was an element of modernization. Populism became the primary political style, in part due to a fragile civil society.

 Finally, in 1990, thanks to the introduction of multi-party democracy, the fracture in the Yugoslav political elite was consumed. At the Yugoslav level, this meant nothing less than anarchy. This new condition of anarchy (after all, like in Albania in 1997) the state “withered away”. So, as a result of non-negotiable visions about a future Yugoslav community, war followed.

First of all we can’t simply assume that the introduction of the democratic regime in a multinational state necessarily implies that it is condemned to explode (after all we already mention the case of Belgium and Canada, but also Bosnia and Herzegovina, Macedonia). Then, even if this was historically true for the post-socialist Eastern federations (Czechoslovakia and Soviet Union plus Yugoslavia), the state dissolution does not have to end into a war.

The responsibility is to be found in the political elites, in the political leaders personalities. But what about civil society? What about culture, values, ideas? Does a warmonger leader simply reflect the attitudes of his/her countrymen?


[1] Jasna Dragović-Soso, “Why did Yugoslavia Disintegrate?,” in State Collapse in South-Eastern Europe. New Perspectives on Yugoslavia’s Disintegration, ed. Lenard J. Cohen et al. (West Lafayette, Ind. : Purdue University Press, 2008), 14.

[2] Of course I do not underestimate the external reasons and influences in the making and dissolution of the Yugoslav state. Here I deliberately focus on the internal factors. For the transnational dimension of Yugoslavia state building see Vesna Drapac, Constructing Yugoslavia, a transnational History, 2010.