La Primavera, dalla Bosnia alla Macedonia

Cosa sta accadendo e perché?
Negli anni ’90, quando l’ex Jugoslavia divenne teatro di guerra, era piuttosto frequente imbattersi nella vulgata mediatica secondo cui al sorgere della primavera i conflitti armati sarebbero ripresi con maggior vigore. Erano altri tempi si potrebbe dire. Oggi, nel 2015, dopo l’accumulo di esperienza ed informazioni riguardo alle strategie di sopravvivenza delle leadership politiche locali una simile ingenuità non è più accettabile.
I Balcani, e nello specifico alcune aree della ex Jugoslavia, riflettono delle tensioni sociali legate alla perdurante stagnazione economica e al grave fardello della disoccupazione. Questi problemi non costituiscono naturalmente una novità, essendo già presenti durante il socialismo, e neppure un’esclusiva dell’Europa sudorientale. Inoltre l’effettiva sovranità di Paesi quali la Bosnia ed Erzegovina, la Macedonia ed il Kosovo sono contestate da vari fattori interni ed esterni. Il rinnovato clima da guerra fredda tra gli Stati Uniti e la Russia contribuisce all’incertezza delle prospettive della regione balcanica nel suo complesso. I recenti avvenimenti nella regione stanno gradualmente salendo alla ribalta nei media internazionali e ponendo nuovi interrogativi sul futuro dei Balcani.
In Bosnia ed Erzegovina, in seguito ad un recente attacco di uno squilibrato collocabile ideologicamente nell’area dell’estremismo islamico ad una stazione della polizia presso Zvornik (Repubblica serba di Bosnia, area dove nel 1992 i civili musulmani furono vittime di crimini di guerra da parte di paramilitari serbi), le forze di sicurezza di Banja Luka hanno lanciato l’operazione “Ruben”. Nel corso di tale operazione, svoltasi questa settimana in 32 località della Repubblica serba, le perquisizioni hanno portato alla luce armi, munizioni e materiale di propaganda legato a cellule di terroristi di ispirazione islamica. Ufficialmente l’azione di polizia era volta a prevenire ulteriori attacchi, sebbene non siamo mancati i toni polemici da parte della comunità bosgnacca (Musulmani di Bosnia) e di alcuni esponenti politici, come Bakir Izetbegovic, membro della Presidenza della Bosnia ed Erzegovina. Dal punto di vista dei Bosgnacchi, si teme per la sorte dei Musulmani di Bosnia rientrati dopo la guerra (1992-1995) nell’entità serba di Bosnia, e di una loro progressiva ghettizzazione (utilizzando termini forti come “continuazione del genocidio”) e si teme l’eventualità di una dichiarazione d’indipendenza di Banja Luka nei confronti di Sarajevo, causando la dissoluzione dello Stato bosniaco sorto dagli accordi di pace siglati a Dayton nel 1995. Infine, Milorad Dodik, Presidente della Repubblica serba di Bosnia non cela la politicizzazione dell’attacco alla stazione di polizia di Zvornik.
rivoluzione
Nel frattempo, in Macedonia il governo di centro-destra di Nikola Gruevski continua ad essere contestato nelle piazze di Skopje dall’opposizione di centro-sinistra e da parte della società civile. Le proteste avvengono dopo mesi di scambi d’accuse tra i due principali partiti politici. L’opposizione, affermando di essere in possesso di prove inconfutabili che incastrerebbero alcune delle più alte cariche del governo, ha svelato una serie di casi di corruzione, nepotismo ampiamente diffusi, la registrazione illecita delle telefonate di oltre ventimila cittadini macedoni, oltre ad un caso di omicidio avvenuto nel 2011 sul quale vi sarebbe, se confermata, la responsabilità di alte cariche del partito al potere. La Germania e gli Usa non hanno celato il loro sostegno all’opposizione, auspicando nuove elezioni, mentre si attende una presa di posizione dell’UE. Come se tutto ciò non bastasse, dopo l’attacco ad una stazione di polizia in Macedonia al confine con il Kosovo da parte di alcune decine di uomini armati albanesi, avvenuto circa tre settimane fa, da stamane nella città di Kumanovo (città distante circa 40 km dalla capitale Skopje), prossima al confine con la Serbia meridionale, ed in particolare all’area di Presevo e Bujanovac (città della Serbia a maggioranza albanese confinanti con il Kosovo), è scattata una ingente operazione delle forze di sicurezza.
Secondo gli ultimi aggiornamenti, la città sarebbe stata circondata per permettere alla polizia di catturare circa 70 uomini armati appartenenti ad un gruppo terrorista e provenienti da un Paese confinante e, allo stato attuale, vi sarebbero dei feriti tra i poliziotti.
Ivica Dacic, in qualità di rappresentante dell’OSCE condanna le violenze di Kumanovo, così come la missione UE a Skopje invita alla calma. I media sensazionalisti di Belgrado, come ad esempio la Pravda, utilizzano già la parola “guerra” come un rischio potenziale per la Serbia, accusano Tirana di aver fomentato lo spettro di una grande Albania (a causa delle dichiarazioni di Rama). La Serbia ha rafforzato i controlli al confine della Macedonia, temendo ripercussioni in casa propria. Alcuni analisti politici serbi temono un effetto contagio nel loro territorio, sebbene non tutti siano d’accordo, soprattutto i diretti interessati, tra cui il Presidente del corpo per il coordinamento di Presevo, Bujanovac e Medvedja.
Così, mentre l’ansia e l’apprensione per le sorti della Macedonia crescono, richiamando alla memoria la crisi del 2001, lo scenario macedone pare in realtà più affine a quello della Serbia nell’ottobre del 2000. Nikola Gruevski ed il suo partito attaccherebbero gli ex comunisti (in altre parole, l’opposizione, ossia i socialdemocratici), non ben specificati servizi segreti stranieri, i media finanziati da George Soros e così via, accusando i manifestanti di cercare lo scontro con la polizia per poter accusare ulteriormente il governo. Inoltre il governo, per non perdere il consenso, promette decine di migliaia di nuovi posti di lavoro e un tasso di crescita dell’economia superiore a quello di tutti gli altri Paesi d’Europa. Il discorso politico (gli argomenti) adottato dal governo macedone è simile nei contenuti a quello adottato da Slobodan Milosevic soprattutto verso la fine degli anni ’90, in cui accusava agenti stranieri occidentali di destabilizzare il governo per sottomettere il popolo serbo. Già allora, in Serbia, l’elite politica (e non solo) credeva che i media finanziati da Soros e dalla sua Open Society fossero finalizzati al sovvertimento dell’ordine costituito.
Tuttavia, la bizzarra coincidenza dell’azione delle forze di sicurezza macedoni a Kumanovo, in concomitanza dell’acuirsi delle proteste in piazza da parte delle forze d’opposizione, appare maggiormente come un disperato tentativo di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, dirottando la pressione mediatica verso il pericolo di una insurrezione armata da parte di elementi irredentisti della comunità albanese. Se così fosse, l’esempio della Serbia sarebbe ulteriormente calzante, sebbene il riferimento migliore, in questo caso, sarebbe non il 2000 bensì il 1987 (e gli anni immediatamente successivi) quando Milosevic sfruttò la questione dei Serbi del Kosovo per cavalcare il consenso popolare (in un regime peraltro monopartitico) e distrarre i cittadini da una grave condizione economica e sociale.
Ammesso e non concesso che questa interpretazione sia quella più corretta, il governo di Skopje sta rischiando l’escalation di una guerra civile, con possibili infiltrazioni in Serbia, pur di non rassegnare le dimissioni e indire nuove elezioni. Senza contare il fatto che gli attori politici locali potrebbero condurre ad una internazionalizzazione del conflitto e spalancare la porta a maggiori ingerenze esterne in una fase di tensione tra Washington e l’UE da una parte (sebbene la situazione sia più complessa) e la Russia di Putin dall’altra.
E’ bene sottolineare che questa non è affatto una storia già scritta. Sia in Macedonia, come del resto in Bosnia ed Erzegovina, spetta alle elites politiche, alla società civile e alle grandi e medie potenze globali, cercare di trovare un compromesso politico ed evitare nuove crisi e nuovi conflitti.
Christian Costamagna
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One thought on “La Primavera, dalla Bosnia alla Macedonia

  1. Gentile professore, mi complimento per la Sua lucida e acuta analisi, che mi permetterei integrare con alcuni elementi che Lei non considera o considera solo in parte.
    – In primis, il rinnovato clima da guerra fredda tra Usa e Russia rappresenta a mio parere la vera e propria lente attraverso la quale dovremmo leggere gli eventi, poiché da già da qualche anno è questo il filo conduttore della politica internazionale. Dalla Libia alla Siria, dall’Egitto all’Iraq, dallo Yemen all’Ucraina ci troviamo di fronte a due schieramenti ormai ben delineati: Nato e teocrazie del Golfo Persico da una parte, Russia e Iran dall’altra. Sullo sfondo, la UE o la Cina ostentano una malcelata neutralità ma rappresentano le retrovie dei due schieramenti.
    – Il progetto del Balkan Stream, erede del South Stream, non può essere a questo punto trascurato, perché si inquadra in un conflitto di militare, economico, finanziario ed energetico in corso già da diverso tempo. A maggior ragione quando è proprio la Macedonia è un elemento chiave del progetto.
    http://www.globalresearch.ca/oil-geopolitics-the-south-stream-pipeline-has-been-replaced-by-the-balkan-stream/5436598
    – L’islamizzazione di certe aree dei Balcani e soprattutto della Bosnia non può essere sottovalutata, nè si possono spiegare le derive estremiste come una reazione ai crimini compiuti dai serbi 20 anni fa (come lasciava intendere il Corriere della sera quando citava la notizia dell’attacco a Zvornik di qualche giorno fa). Nei Balcani esiste da tempo un forte processo di radicalizzazione religiosa, perpetrata da fondazioni caritatevoli finanziate da Paesi del Golfo, che hanno introdotto una variante dell’islam sconosciuta fino a qualche decennio fa. Sappiamo che negli anni Novanta furono migliaia i mujaheddin arabi, caucasici e afghani (anche iraniani) che combatterono per le forze di Izetbegovic. Sappiamo anche che molti di loro si insediarono nei Balcani al termine del conflitto, senza fare ritorno in patria e dando vita a consistenti comunità wahabite (ma non sciite, a riprova che l’Iran non è mai riuscita ad avere significativa influenza nella regione). L’esempio di Gornja Maoca non è l’unico ma il più celebre, poiché riportato anche dai nostri media generalisti. E non è un caso che Bilal Bosnic uscisse proprio da quegli ambienti, nè che alcuni dei terroristi che compirono gli attentati dell’11 settembre 2001 fossero reduci delle guerre di Bosnia.
    – Siamo anche al corrente che in Kosovo l’Uck ha goduto di lauti finanziamenti e appoggi politici dagli Usa, e che oggi sono i suoi eredi a detenere il potere in uno Stato che definire “mafioso” è un eufemismo. Non è un mistero che il Kosovo fosse diventato campo d’azione di Al Qaida, quindi centro di smistamento e raccolta di combattenti diretti ad ingrossare le fila dell’Isis. D’altra parte a Pristina hanno sempre sventolato, vicino alle bandiere dell’UE e degli Usa, quelle dell’Arabia Saudita, che – sappiamo anche questo – è uno dei principali sponsor dell’Isis. Sono anni che il confine con la Macedonia viene infiltrato da terroristi albanesi, che si addestrano nei villaggi più isolati e difficilmente raggiungibili.
    – nella Serbia meridionale, man mano che ci si avvicina al Kosovo (mi riferisco al Sangiaccato e alla Raska, regioni che ho visitato di persona non più di due anni fa) sorgono ovunque moschee nuove, anche in aree dove le case non hanno l’acqua corrente. In queste zone già da tempo si è abbandonato l’ekavo per adottare lo jekavo e chiedere l’annessione alla Bosnia. Sia qui, che in Bosnia e in Macedonia non si contano negli ultimi anni le operazioni antiterrorismo, gli arresti, le requisizioni di veri e propri arsenali.
    – in merito a Soros e a Open Society, esagerazioni, leggende e complottismi non devono farci perdere di vista quelli che sono dei dati di fatto inequivocabili. Che il movimento di Otpor-Canvas avesse degli appoggi provenienti da oltreoceano è un dato storicamente accertato, che l’attività di Popovic & co. non si sia limitata alla sola Serbia è altrettanto risaputo, così come che a sostenere ONG di attivisti per i diritti umani ci siano fondazioni private o enti pubblici statunitensi (Usaid e Carnegie, solo per far due nomi) comunque legate alla politica di Washington.
    Possiamo citare i casi dell’Egitto o dell’Ucraina per affermare che esiste un vero e proprio protocollo di intervento con il quale alcune fondazioni e movimenti mirano a destabilizzare governi in carica. Curiosamente, a Belgrado come al Cairo e a Kiev la dinamica è stata la stessa e ad abbattere i regimi è stata una strana convergenza tra studenti, liberali e democratici ed elementi estremisti (Cetnici, Fratelli Musulmani, Praviy Sektor). http://www.limesonline.com/rubrica/regole-per-una-rivoluzione-non-violenta
    Che poi queste metodologie di lotta “non violenta” siano state elaborate decenni addietro dal generale Sharp, uomo del Pentagono e da Akkerman, tra le altre cose analista dell’International Institute for Strategic Studies di Londra.
    http://www.nonviolent-conflict.org/index.php/officers-and-staff/76-dr-peter-ackerman-founding-chair
    – Alla luce di tutto questo, sarei molto cauto nel liquidare l’azione di Kumanovo come una semplice operazione mediatica finalizzata alla ricerca del consenso. Il fondamentalismo e la presenza dello jihadismo armato nei Balcani, la capacità di destabilizzare dall’esterno governi in carica da parte della Nato, lo scontro russo-americano sono dati di fatto che non si è inventato il premier macedone.
    Indipendentemente dalle ragioni dell’opposizione e dal livello di corruzione del suo governo. La cosa vale anche per tutti gli altri casi di “rivoluzioni colorate o “primavere arabe”: nessun “potere occulto” sarebbe in grado di abbattere un governo mobilitando le piazze, se non esistesse un malcontento diffuso. Su questo non ci piove, affermarlo sarebbe semplicemente demenziale.
    – Infine, punterei i riflettori su Belgrado. Un forte movimento separatista in Vojvodina, un altro filo-bosniaco nel sud ovest e uno filo-albanese nelle aree sud-orientali. Forse la neutralità che la Serbia ha cercato di mantenere finora (avvicinamento all’UE, ma non adesione alle sanzioni contro la Russia nè all’ingresso nella Nato) è un lusso che al Paese non è più concesso. E’ di oggi la seguente notizia, non certamente rassicurante:
    http://www.b92.net/info/vesti/index.php?yyyy=2015&mm=05&dd=09&nav_category=16&nav_id=990011
    In conclusione, non vorrei che “gli eroi di Euromaydan” fossero arrivato a 500 km dai nostri confini.

    Mi scuso per la lunghezza del commento e La ringrazio dell’attenzione.

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