Ancora Tito?

A giudicare dai post presenti sulle reti sociali è evidente che a distanza di 35 anni la figura di Tito è motivo di accesi dibattiti. Amato padre della nazione, odiato dittatore, di certo ha lasciato un segno indelebile. Credo però che oggi si parli di Josip Broz per parlare di tutt’altro.

Si parla con rimpianto struggente di uno stato sociale dissoltosi come neve al sole da un lato, e dall’altro trabocca il livore di chi vorrebbe veder riconosciuti i crimini del suo regime per ottenere, a distanza di 70 anni, quella legittimazione politica a lungo negata.

Per quanto riguarda lo stato sociale, era già stato messo in discussione a partire dagli anni ’80, la SFRJ andò in default e il governo tecnico di Ante Markovic, nel 1990, seguì i suggerimenti occidentali: le temute riforme. Il supporto Occidentale alla Jugoslavia era volto all’indebolimento dell’Unione Sovietica.

Infine, se per assurdo Tito fosse vissuto ancora più a lungo, oggi sarebbe paragonato a Gheddafi e messo sulla lista nera dagli USA.

Tito per mettere a tacere le richieste delle varie repubbliche jugoslave, diede loro formalmente ancora più potere, pensando di tenerle a bada con politici deboli e asserviti. Il pragmatismo del Maresciallo annichilì la formazione di una classe dirigente effettivamente jugoslava (si temeva del resto uno strapotere della Serbia, come nella prima Jugoslavia). Tito diede alla popolazione ciò che essa voleva: consumismo e libertà di movimento. Venuta meno la sua figura, nessun altro politico godette del suo carisma e soprattutto di una legittimità non solamente confinata all’angusto recinto delle singole repubbliche, ma tutto ciò venne sapientemente e opportunisticamente pianificato. Da Tito, per restare al potere indisturbato (ed evitare altre Primavere croate e potenziali interventi sovietici).

Ma fu tutta colpa di Tito? I debiti con l’estero contratti negli anni ’70 vennero stipulati con il suo consenso, ma egli non poteva prevedere la crisi petrolifera e le difficoltà successive nel ripagare i debiti. Se ha decentrato la federazione, creando i presupposti per la nascita di leader politici con una base di legittimità esclusivamente repubblicana, era anche dovuto al campanilismo locale. Tito ha ottenuto il consenso e temporeggiato, promettendo a tutti ciò che chiedevano (atteggiamento tipico dei politici). Anche Slobodan Milosevic lo fece, però la Jugoslavia, ormai, nella seconda metà degli anni ’80, non rappresentava più un interesse strategico come in precedenza, perché a Mosca c’era Gorbaciov (e Reagan negli USA). Il FMI esigeva indietro i crediti con gli interessi e soprattutto le riforme economiche. Riforme, queste ultime, che presupponevano, di fatto, la fine del regime politico così com’era e lo smantellamento del welfare state.

Si venne a creare un cortocircuito ideologico insanabile, colto appieno da una studiosa come Susan Woodward. Perché la Polonia e l’Ungheria sul finire degli anni ’80 risultarono più interessanti per l’Occidente. Inoltre Milosevic non aveva un pedigree glorioso da sfoggiare come Tito: la lotta contro i nazi-fascisti prima, e Stalin poi. Nessun altro politico, da Stane Dolanc a Petar Gracanin, poteva competere col Maresciallo. Per un attimo, nel 1989, quando Milosevic era all’apice del potere, forse a qualcuno balenò in mente l’idea di un Tito serbo, ma ormai la situazione interna stava degenerando.

Se a distanza di 35 anni ancora si elogia il Maresciallo per il suo ruolo di modernizzatore della Jugoslavia, o lo si vitupera per esser stato un dittatore sanguinario (dalle Foibe alle uccisioni di oppositori del regime anche all’estero), è indice di un malessere, di una sostanziale incapacità degli attori del presente di voltare pagina e sentirsi protagonisti svezzati e indipendenti dal padre-padrone. L’epopea di Josip Broz dovrebbe essere più una materia polverosa per storici e meno un capro espiatorio per ciò che i leader politici ex jugoslavi e la società civile jugoslava non sono stati in grado di fare. In 35 anni la Jugoslavia ha avuto il tempo necessario per seguire un processo di democratizzazione simile a quello del Portogallo o della Spagna. La guerra poteva essere evitata. Il ricordare Tito, nel 2015, con una simile enfasi è sintomo di un grande vuoto e incapacità di visione politica e progettuale. Ma ciò che è peggio è che tale scarsa lungimiranza non è esclusiva dei Balcani. L’Unione Europea e gli egoismi dei singoli stati nazionali sono affetti da una simile miopia.

Christian Costamagna

Tito-gadafi

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