Vučić, Renzi ed il Giappone

Nezavisne Novine, un quotidiano di Banja Luka (Repubblica serba di Bosnia), riporta un’intervista con il primo ministro della Serbia Aleksandar Vučić. Il contesto generale dell’intervista riguarda le relazioni tra la Serbia e la Repubblica serba di Bosnia (Vučić sostiene di voler supportare l’Entità serba di Bosnia senza immischiarsi della sua politica interna), tuttavia emergono due aspetti interessanti.

Del fatto che il primo ministro serbo, oggi convinto apostolo dell’integrazione europea e del suo passato da nazionalista radicale ne avevo già parlato in precedenza. Vučić, durante il precedente governo (nel quale era vice premier), si avvalse della consulenza dell’ex Commissario Europeo (nonché ministro in due governi Berlusconi) Franco Frattini sui temi legati all’integrazione nell’UE e alla lotta al crimine organizzato.

Tornando all’intervista del giornale di Banja Luka, pubblicata online il 10 aprile 2015, Vučić, nel rispondere alla prima domanda del giornalista a proposito delle riforme in atto a Belgrado, afferma che non ha dubbi: preferisce scegliere la via riformista “lacrime e sangue” piuttosto che quella solitamente adottata dai politici della regione (ossia ai metodi demagogici e populisti), che lasciano intatto lo status quo. Solo in questo modo si potrà giungere, secondo il premier, ad una Serbia moderna e di successo.

renzi-vucic

Vučić richiama la visita a Roma con il presidente del Consiglio italiano (e Segretario del Partito Democratico), nel corso della quale si è congratulato con Matteo Renzi a proposito della sua “prontezza nel cambiare la legge sul lavoro” (il cosiddetto “Jobs Act” e l’abolizione dell’articolo 18), sebbene ciò significasse un “calo di parte della popolarità” nell’elettorato. Secondo Vučić, Renzi gli avrebbe detto di non essere affatto preoccupato perché “solamente una volta nella vita si ha l’opportunità di influenzare il futuro del proprio paese”, aggiungendo che ciò che conta non “è quanto si rimane al governo, bensì cosa si lascerà dietro di sé e quali saranno i risultati del proprio governo”. In altri termini, seppur con le debite differenze, pare che il riformismo del presidente del Consiglio italiano sia fonte d’ispirazione per il premier serbo. Per estensione, volendo includere il “precedente” della consulenza di Franco Frattini, pare via sia una certa influenza della politica italiana a Belgrado, sebbene non si possa trarre da ciò nessuna reale conclusione di carattere generale (del resto, Vučić si è servito della consulenza di Tony Blair, egli stesso, a sua volta, “icona” di Renzi).

Vučić prosegue l’intervista toccando vari temi, dalla neutralità militare della Serbia (ossia il non accesso alla NATO) che non ha nulla a che vedere, secondo il premier, con il cammino della Serbia verso l’UE, il rientro di Šešelj all’Aja, resta sul vago a proposito della sua partecipazione alla commemorazione al ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica (Bosnia), conferma la necessità della cooperazione regionale, auspica l’integrità e la sovranità della Bosnia ed Erzegovina in quanto stato, ed altre questioni legate ai rapporti tra Banja Luka e Belgrado.

Ciò che più colpisce è una risposta in cui Vučić, nel rispondere a proposito del rapporto problematico del popolo serbo con il proprio passato, il premier cita il caso del Giappone. Secondo Vučić la Serbia dovrebbe imparare dal Giappone che, sebbene sia stato bombardato con le testate nucleari dagli USA durante la Seconda guerra mondiale, ha sviluppato un ottimo rapporto con l’America, ha avuto successo sul piano internazionale ed economico, e guarda al futuro. Fuor di metafora, la citazione di Vučić è di estremo interesse. Egli lascia intendere che la Serbia, come il Giappone, ex alleato della Germania nazista e dell’Italia fascista, dovrebbe smetterla di pensare ai bombardamenti della NATO del 1999, e guardare al futuro. Se accettassimo questa interpretazione, da ciò ne deriva che la Serbia post Milošević è uno stato sconfitto, con un ex regime ripudiato, che guarda con occhio rinnovato alle democrazie occidentali ed alle potenze del Patto atlantico. In altri termini, se è concessa la similitudine, la Serbia odierna è in qualche modo paragonabile all’Italia del dopo Mussolini, all’Italia della prima repubblica.

Il distacco innegabilmente coraggioso di Vučić dal suo passato nazionalista, l’accettazione dell’integrazione europea come miglior strada per la modernizzazione della Serbia, una serie di politiche volte al riformismo, apparentemente mal si conciliano però con le accuse di scarsa libertà d’informazione e censura. Del resto, non è facile vestire i panni del riformista neppure in Italia.

Christian Costamagna

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