Il governo salverà i precari dell’Università?

Alla viglia della Pasqua, miracolosamente appare sull’Huff Post dell’Annunziata una notizia prontamente ripresa da Repubblica: <<La buona università: a settembre Renzi lancia la riforma degli atenei. Meno burocrazia e un “jobs act universitario” per stabilizzare i precari”>>. E’ indubbiamente positivo il fatto che il governo abbia preso atto del problema e lo abbia posto in agenda. Tuttavia bisognerà vedere quando e soprattutto come si cercherà di risolvere una situazione insostenibile e anacronistica.

Secondo l’Huff Post se ne inizierà a parlare a settembre. Le basi del futuro progetto di riforma verranno gettate in estate dal PD, nel solco di un processo avviatosi lo scorso 26 febbraio. La riforma dei contratti universitari dovrebbe, in prospettiva, secondo la Senatrice Puglisi (responsabile scuola, università e ricerca nella segreteria PD), eliminare “le norme e i vincoli inutili e dall’altro [dare] certezza lavorativa a chi è impegnato nei nostri atenei.”

Dello stesso tenore l’articolo di Repubblica: <<#BuonaUniversità. Atenei salvati dai precari, e il governo pensa a un jobs-act>>. Si pone maggiormente l’accento sulla situazione penosa dei docenti precari.
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Gli articoli contengono alcune imprecisioni minori sui meccanismi interni all’università, tuttavia la sostanza è corretta. Per ora, la prima mossa del Ministro Stefania Giannini è stata quella di emanare un decreto che “alleggerisce i parametri per l’accreditamento dei corsi di studio universitari a partire dal 2015/2016”.  Ovviamente questa è solo una misura d’emergenza/tampone, per evitare di chiudere vari corsi di laurea per carenza di personale strutturato nei dipartimenti. Dunque, come riporta Repubblica, per rispettare la riforma Gelmini del governo Berlusconi, faremo finta che i docenti a contratto, numericamente, varranno come i professori ordinari.
Come scrive il giornalista di Repubblica
“Se non ci fossero i ricercatori e gli insegnanti a contratto a salvare la baracca gli atenei non potrebbero garantire i 170mila insegnamenti impartiti ogni anno. E con gli organici che si assottiglieranno ancora saranno i docenti a contratto [a] salvare gli atenei”.
Conseguentemente il quadro che ne emerge è il seguente:
1) il sistema universitario italiano è al collasso per mancanza di fondi (e le tasse universitarie aumentano)
2) numerosi corsi di laurea sono a rischio chiusura
3) il governo emana decreti d’emergenza che non risolvono i problemi
4) se i docenti a contratto scioperassero il sistema crollerebbe come un castello di carte
5) a partire dalla prossima estate e da settembre si inizierà a discutere del problema
6) si pensa di scorporare l’Università dalla Pubblica Amministrazione e riformare i contratti dei lavoratori precari dell’Università sulle orme del Jobs Act (perché non usare un termine italiano?).
7) non c’è ricambio generazionale nel personale universitario (i pensionamenti superano le nuove assunzioni, la precarietà è strutturale e sfruttata senza alcun pudore)
Per quanto l’applicazione di fondo del modello aziendale all’Università, in atto anche in Italia, sia in quanto tale opinabile ed eventualmente deprecabile, tuttavia, alla prova dei fatti, l’unica forza politica che mostra di prestare attenzione alla questione dei precari dell’Università è il Partito Democratico.
Occorre dunque distinguere le promesse dai fatti. I precari dell’Università attendono con ansia risposte certe e dignitose perché possano acquisire al più presto dei diritti minimi, degni di uno Stato civile e democratico. I docenti a contratto non possono essere tenuti in considerazione sotto il profilo quantitativo solo per non far chiudere i corsi di laurea. Devono godere anche di diritti sotto il profilo qualitativo: mutua; ferie; maternità; indennità di disoccupazione; uno stipendio dignitoso; prospettive di carriera e assunzioni in base alla funzione svolta in qualità di insegnanti. Ad oggi non esiste nulla di tutto questo.
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